domenica 25 dicembre 2011

LA NOVENA DI NATALE

                                    
                               LA  NOVENA  DI  NATALE






In  dicembre la Mortella è già matura, e per il tredici, giorno di Santa Lucia, le strade ne sono già piene, il suo profumo inonda l’aria e i chicchi rivestiti d’oro brillano tra i suoi rametti.  A mangiarli hanno un sapore acerbo e legnoso; dentro il cuoricino di ogni chicco si conservano piccoli semini, che danno al palato un sapore dolciastro; la buccia è lapposa cosicché devi, assaporarli ad uno ad uno, e chicco dopo chicco, altrimenti la bocca si impasta e non riesci più a parlare, ma mangiarli e lo spasso di tutti i bambini.
Anche gli adulti ne assaggiano, sempre alcuni chicchi, forse per ricordare  soli lontani, che entrando dentro di te diventeranno calori futuri.
La mortella per S. Lucia viene venduta negli angoli delle strade, ed anche il mercato trabocca di rami, e tutti ne hanno un fascio fra le sporte.
Mio zio Bastiano no, lui andava diritto alla fonte
Quelle sere tornavano lui  e l’asino carichi di tutto: su quella groppa legate fra loro ci stavano lunghe canne appena tagliate, sopra in verde disordine, fasci di verde alloro brillavano odorosi, e su tutto era deposta la mortella, le sue piccole foglie lanceolate erano attaccate ai rametti lunghi e sottili e i chicchi luccicavano nascosti qui e là. 
Un  carico di verde e di ocra ondeggiava ai movimenti dell’asino e  tu capivi che era arrivato quel momento.
Tutta la città si stava preparando per la Festa, ovunque sui muri, fra i vicoli e le vie, c’erano sacre nicchie con dentro la Sacra Famiglia, che occhieggiando qui e là era in ansia anch’essa per il nuovo magnifico addobbo che le sarebbe stato fatto.
Le famiglie che abitavano su quella strada si riunivano in gruppi, ed ognuna addobbava la sua sacra icona.
File e file di nespole venivano infilzate per farne fastose collane; da noi allora c’erano due tipi di nespole: quelle estive: succose bionde e dolcissime. 
E poi c’ erano le nespole invernali, erano dei frutti ramati, grandi quanto una nespola ma con la buccia spessa, colore del rame invecchiato; la polpa era bianca, densa e lapposa, non troppo dolce, conservava al suo interno dei semi bianchi rivestiti da una leggera pellicina marrone, il frutto portava in testa una bellissima larga corona di fogliette piccole e aguzze, e dentro questa leggera cavità si annidava una peluria bruna, sembravano fatte apposta per essere mangiate oppure infilzate, e così le si usarono per farne sacre e sontuose collane, alcune di queste collane a volte ricevevano una pennellata d’argento così che sotto le luci radenti brillavano di meravigliosa meraviglia. Arance e mandarini come pomi fatati si affacciavano qui e là.
Con le canne si costruivano graticci di castelli, era il portale fatato che ci avrebbe condotto verso un mondo nuovo. Il graticcio veniva riempito d’alloro fresco e fragrante e attorno gli si intrecciava  la mortella  piena di chicchi dorati.
Le collane di nespole gli si attorcigliavano, scivolando sinuosamente fuori e dentro il portale, e arance e mandarini e mele brillavano di rugiada sotto il sole invernale. Era un inno al nuovo anno, al sole che sarebbe rinato, al piccolo fanciullo che ci avrebbe portato nel nuovo futuro; così addobbate le strade dichiaravano di essere pronte per la grande notte.
 In quegli anni la mia città non conosceva Presepi o alberi o babbi Natale, dentro le case e per le vie non scintillavano addobbi di luci o di variopinti boe, o forse non li conoscevo io, il mio incontro con l’altro mondo avvenne alcuni anni dopo quando la televisione bianca e nera mi dipinse il mondo d’argento. Per allora c’era il sole e la calda luce della lampadina a rendere fluorescenti i miei sogni.
Prima della festa i giorni scorrevano pieni di allegra sacralità: si preparava la Novena e le donne , come antiche Vestali diventavano padrone della casa e tutto girava attorno ad esse, e loro giravano tra le case e le botteghe.
A turno ogni anno in ogni casa si innalzavano piccoli altari, erano tavoli rivestiti di un bel panno scuro con sopra la candida tovaglia ricamata, quella che non si usava mai, ogni famiglia ne aveva una in serbo, i ricami preziosi ornavano tutta la base e sopra si innalzava la grande porta.
 Zi bastiano costruiva un gran bel graticcio di canne legate con la corda, doveva rappresentare la facciata di una casa, quella Casa. IL graticcio era rettangolare e finiva con la punta del sacro triangolo, nel mezzo faceva bella mostra di sé il Quadro: li dentro tutti e tre ci sorridevano compiaciuti: la Madonna, poco più che bambina, ninnava il suo giocattolo di carne che sgambettava roseo biondo e felice: San Giuseppe, appoggiato al suo bastone fiorito, era appena tornato dalla campagna, gli azzurri, i rosa e i verdi inondavano di pace e serenità il loro paesaggio, ed egli guardava stupito questo strano miracolo, accettava con stralunata devozione questa mamma bambina tutta raccolta nella nicchia virginale del suo piccolo Dio.
 La casa odorava tutta, profumando di frutti ed erbe.
La sera le vicine arrivando avrebbero emesso un oh! di meraviglia, perché veramente zi bastiano era molto bravo nel far lavorare le mani, al contrario di mio padre che era molto bravo nel far lavorare la testa. Due bei padri ho avuto io !
Le vicine sedute tutte intorno, dopo una prima fase di convenevoli, cominciavano ad intonare inni e litanie.
         Di sera la città, solitamente silenziosa, risuonava di canti, da tante case uscivano fuori melodie di felicità.
Una volta all’imbrunire, si tornava da non so dove e l’aria di fine dicembre ci penetrava nelle ossa; i muri, le case, la strada tutto fiatava gelo e il mio cappottino non bastava a ripararmi, sembrava che il berrettino avesse fatto un patto con il gelo, e i guantini complici anch’essi, intirizzivano le mie mani, il gelo rendeva rossi i nostri visi, si camminava a passo svelto per scaldarci ed arrivare prima. A terra il selciato luccicava di rosso e d’azzurro, nel pomeriggio aveva già piovuto ed a quell’ora nuvole di piombo si addensavano su in alto, il vento gelido e silenzioso costruiva troni di ferro orlati d’oro e porpora, a fendenti il rosso del tramonto stava colorando la  strada.
Ed interrompemmo la nostra corsa: da un lontano vicino arrivò un suono, come di tromba o di clarino, era un suono che squillava lentamente con dolcezza, raccontando della  festa imminente.
Davanti a loro un pò più in alto i lumini dell’altarino emanavano aromi di cera, e il portale nella scarsa luce dell’imbrunire emanava odori e bagliori di cupa luce notturna. Erano dei suonatori che giravano per le vie, erano stati pagati per raccontare della nuova nascita.
Una volta vennero pure nella mia strada e sempre in dicembre e sempre a quell’ora tarda, quando nel cielo su in alto l’indaco avanza lento e guardingo intanto che l’azzurro ancora celeste illuminava i loro ottoni,  ed essi vestiti di nero intonavano nenie natalizie, interrompendosi ogni tanto in un bicchiere di rosso offerto  per scaldare le loro bocche. 
Il buio i colori i suoni gli odori e i miei quattro anni si avvolsero per sempre alle mie emozioni.
Ma la festa quella vera stava per arrivare, a casa per quattordici sere, ogni sera tutte le vicine stavano sedute  attorno strette strette, e la piccola casa diventava un nido caldo e profumato, e c’era da mangiare e c’era da bere, finiti i canti e le preghiere mia zia faceva passare un grande vassoio pieno di ceci e fave abbrustolite, giravano pure dei  biscotti, e un bicchiere di vino scaldava lo stomaco dando il via a un brusio di pettegolezzi, ogni sera la casa brulicava di donne e di voci.
         La sera più bella era l’ultima, lì si che c’era da divertirsi. Tutte le donne di casa: zie, sorelle, cugine e amiche intime per l’ultima sera avevano preparato i boccellati: la delizia delle delizie. Per la preparazione di questi dolci ci volevano ore ed ore: per sgusciare le mandorle, noci e nocciole, per poi metterli a cuocere lentamente tra profumi di anice e bucce d’arance. 
A parte si ammorbidivano cataste di fichi secchi e uvetta sultanina, anch’essi si mettevano a cuocere sopra un fuoco lento e tutto era intriso di zucchero, infine queste due pentole di dolce magma le si univa in un unico impasto che a tocchi, da freddo, lo si adagiava su una pasta di pane un po’ dolce, poi la si rotolava, dandole le forme più strane e graziose e pizzicandola vi si aprivano delle ferite succose; e sopra questi panetti si spalmava il rosso dell’uovo che sbattuto con l’olio li avrebbe indorati, e infine sopra tutto si spargevano gli onnipresenti chicchi di sesamo. Un infinita fila di enormi teglie nere stracariche di buccellati andavano avanti e indietro dai forni. Ma quando alla fine mordevi il tuo buccellato la pasta e la crema si fondevano in bocca e i tuoi sensi entravano nel paradiso delle voluttà.
         La sera della Nascita si era all’apice della lunga novena, era la sera più ricca e tutti sapevano che ci sarebbe stato qualcosa di speciale, il passaparola i preparativi, il via vai dei cibi facevano arrivare dei vicini anche da lontano.
Gli scaldini scoppiettavano allegramente, e il braciere nella stanza quella sera era diventato il sacro tripode, la carbonella fatta di bucce di mandorle illanguidiva, sbiancando tra lampi di scintille, sopra, dentro cartocci di gialla carta paglia, le salsicce sfrigolavano grasso emanando profumi di carne, e tutto intorno nere olive succose strizzavano la loro polpa sprofondando dentro la bianca cenere, rimpicciolendosi pian piano e tingendo di nero la brace ormai diventata polvere perlacea, ma bastava rimestare per un attimo, che diaboliche scintille scaturivano da quel cratere d’aromi.
E sarà stato l’odore del cibo e il rosso del vino, e saranno stati gli effluvi del monossido, e sarà stata l’eccitazione dell’ultima sera; ma i canti, le preghiere, le risa, le voci tutto salì in cielo, così che il bambinello quella notte ebbe una dolce via da seguire per scendere quaggiù.

4 commenti:

  1. Ti ringrazio per la mortella, per le nespole amare, per i buccellati, e per la salsiccia in cartoccio. Mi hai permesso con il tuo racconto di rivivere i profumi della mia infanzia.
    Un caro augurio
    francesco

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  2. Auguri di buone feste anche a te.
    Salutoni a presto.

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  3. beh..... sono passati solo due mesi....ehm!
    scusate? grazie e felicissimo carnevale a voi....... ehehehehehhe.....

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SAGGEZZA

CONFERME

El sueno de la razon produce monstros

CORNOVAGLIA

CORNOVAGLIA

STELLE D'ORO

S'è CAPITO CHE ADORO I MICI???????????????????


era una notte buia e tempestosa

OSCAR WILDE

Sogna come se dovesi vivere sempre, vivi come se dovessi morire oggi.
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Quando si è giovani si pensa che i soldi siano tutto, quando si è vecchi... si scopre che è così!
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La vita non è altro che un brutto quarto d'ora, composto da momenti squisiti
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É sempre con le migliori intenzioni che si sono prodotte le opere peggiori
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La vita è una cosa troppo seria perché si possa parlarne sul serio
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L'unico modo per liberarsi da una tentazione è cedervi

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ULISSE


Fatti non foste a viver come bruti
ma per seguir virtute e canoscenza"






e volta nostra poppa nel mattino
de’remi facemmo ali al folle volo,