giovedì 13 gennaio 2011

LE RONDINI

                                      

 


                                  
    
                               LE  RONDINI

                                                                     










                                          

                                  

 





Qui ho imparato a conoscere le rondini. 

Volando basso quasi a toccare i tetti, riempivano il cielo di garriti. Erano i voli del tramonto, quando il sole sta già quasi per toccare l’orizzonte e i neri uccelli si preparano alla notte.

Della mia casa, del mio balcone, sotto il mio tetto, conservavano il ricordo dei loro nidi; e anno dopo anno la primavera portava nuovi arrivi. Da sotto le tegole si buttavano giù stridendo la loro follia con voli rotondi pieni di anse e di sfumature barocche.

Si avviticchiavano intorno a pilastri di limpida aria, correvano lungo corridoi fra alte pareti di azzurro, dentro un mare d’aria volteggiavano buttandosi giù verso abissi di profonda luce; io le vedevo e ferma, cercavo di confondermi dentro le loro spirali.

Piroettavano, ed entravano nel mio cuore di tenero grano fanciullo, scorrendo tra rossi papaveri persi nei suoni dei loro sussurri. Andavano lontano e l’orizzonte dei miei occhi si perdeva sull’infinito brulicare dei campi, piccole rocce affioravano dentro un mare di colline e le rondini sparivano come i miei sogni.
Il campanile, tozzo e quadrato, fatto di pietra dura stava lì  e le campane tacevano intanto che le rondini a turno come nere frecce entravano e uscivano dalle sue bocche aperte. Il tramonto calava cupo e misterioso, i vicoli cominciavano a tacere, e il blù, dopo una giornata di squillante celeste, raccoglieva i suoi densi colori preparandosi a tingersi di nero.

Io conoscevo le rondini, ad una ad una giravano attorno alla mia testa e ad una ad una sparivano sotto le tegole, intanto che il cielo pieno di nero colore, riluceva di stelle anch’esse barocche.

Il mio quartiere nascondeva il suo sonno dietro la chiesa di San Domenico, una volta chiesa madre. Allora era solo una vecchia chiesa sgangherata, e come una dama povera e decaduta, appoggiava la sua corpulente fragilità sulle povere case che nei secoli le erano cresciute attorno; ma nessuna aveva mai superato il campanile tozzo e svettante, sicuro ricettacolo di uccelli e pipistrelli che a turno ne facevano il proprio nido. Mi incuriosivano e mi spaventavano quelle bocche affamate dove i neri uccelli entravano per perdersi al suono delle campane. Campane che improvvise sghignazzavano struggenti battiti e cupi boati, e sempre gli uccelli stridevano nei suoi silenzi. Ma perché entravano dentro queste fornaci di buio, che a volte cambiando prospettiva, saettavano sciabolate di luci?

 Cosa trovavano le rondini la dentro, di così fascinosamente misterioso si da attirarle in trappole di suoni?  Forse erano le erbe che lassù, fra le sue mura, crescevano ampie e rigogliose e in molteplici ciuffi penzolavano dondolandosi ai rabbuffi del vento.

Non ho mai scoperto, nemmeno nei miei pensieri più estremi, quale fosse l’attrazione fatale delle rondini, che ad una ad una garrivano come dardi d’amore avvolgendo con fili d’erba il vecchio campanile.




 



 

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