sabato 11 febbraio 2012




                                                                       IL  CARNEVALE


Il carnevale era una festa che calamitava tutti i miei istinti, mi piaceva la parola, era come un velo scherzoso che copriva il mondo di quel tempo; e mi piaceva il mese in cui il carnevale cadeva: Febbraio! Il mese più piccolo, come me.

Il mese più folle, come me.
Era l’ultimo mese dell’anno quello che raccoglieva i geli di ottobre, che  sempre più si addensavano, per esplodere dentro i suoi  freddi.
Era Il mese più freddo, come me, che mi regalava geloni e tremori,  che intirizziva l’aria della mia vita, era il mese che spaccava la terra frantumandone le zolle, era il mese delle algide stelle. 

Cieli sereni ammantavano le notti di febbraio, e drappi di stelle lucevano alti e lontani regalandoci aghi di gelo che come spade d’acciaio scendevano sulle case trapassando soffitti e pareti per cadere sui letti, rabbrividendo dentro sonni ammantati di bianco.
Febbraio volteggiava nell’aria invernale sfoggiando mantelli colmi di fiori, le sue nevi erano ricamate da candidi petali appena rosati; alberi nudi, senza foglie per ripararsi, agghiacciati dal freddo esplodevano carichi di fiori profumati, a miriadi costellavano rami e tronchi e a miriadi gelavano sotto il peso della neve, l’aria era satura tra il sapore della neve e il profumo del mandorlo; la brina li rendeva di cristallo e il regno della signora delle nevi scendeva sulla mia terra baciata dal sole e dal gelo. Febbraio dagli algidi giorni di ghiaccio, con il sole che spaccava le pietre,pieno di tramonti dorati che all’improvviso, un plumbeo addensare di nubi, regalava turbinii di candidi fiocchi che, baciati dal sole, avevano appena il tempo di farsi accarezzare per sciogliersi in calde gocce d’acqua.
Febbraio era il mese più folle nella vita di chi viveva in racconti di follia.
Il tremolio delle stelle di febbraio stupiva i miei occhi, la notte arrivava veloce invadendo le strade, avvolgendo di freddo la gente che svelta correva dentro i bracieri lasciati accesi , febbraio era il mese che mi regalava guance colorate di rosso, che dentro i suoi gelidi giorni conservava notti bollenti, colme di olio bollente. Nel  buio dei suoi giorni, rilucevano dolci dorati di zucchero e miele, vibravano profumi nascosti, e le sue alcove erano colme di grasse, soddisfatte risate; questo era il mio carnevale, quello che viveva dentro di me.
La gioia della gente, il suo correre lieto e festoso brillava nel mio cuore, vedevo coriandoli e stelle filanti volteggiare nell’aria tra spirali di mille colori per poi cadere dolcemente a terra in un fantasmagorico tappeto animato.
I dolci di carnevale erano di tre tipi: le sfingi, le sfogliatelle e i ravioli.
Parlare della loro croccantezza, del loro ripieno, del loro impasto, è già una goduria.
Le sfingi erano dei bioccoli di pasta lievitata, ma così lievitata che di più non si può. Dentro la credenza, fra gli altri tegami, era riposta una grande pentola, quella che in casa sta sempre conservata, perché la si usa raramente, solo ogni tanto, quando arrivano numerosi i parenti lontani e allora i chili di pasta si moltiplicano e le pentole devono essere belle cicciotte. Ma per carnevale questa pentola aveva il suo bel posto d’onore.
Bella grassa e lucente diventava la pentola delle sfingi. Nel suo ventre si conservava la bianca farina, che intrisa all’acqua e sfusa con tanto lievito quanto basta, lievitava, lievitava gonfiandosi a dismisura dopo che robuste braccia donnesche si erano alternate nello sbattere con furia satanica la pasta, che dentro la pentola gemeva, strappandosi e lacerandosi, riunendosi infine in massa sottile ed elastica, risolvendosi in madreperlacee bolle dalla pelle lucida per poi sfarsi nell’improvvisa botta violenta delle dita che attaccate alla mano, come una pala d’elica, imprimevano quel moto rotatorio che faceva gemere la pasta tutta.
Dopo un lungo ed infinito tempo di tortura, la pasta finalmente poteva riposare,  nessuno più l’avrebbe fatta piangere. La meschina, giù nel fondo, pensava che i suoi patimenti fossero finiti.
Con cura e con amore le donne pulivano braccia e mani dalla pasta che vi si era avvinta, lacerandosi in mille brandelli, il calore del vortice si era mescolato al calore delle braccia e con un coltello, dito dopo dito, si raschiava via la pasta e fin la più piccola briciola finiva lì dentro.
Poi la si incoperchiava avvolgendola con l’ampia tovaglia da tavolo, e le sue nocche venivano legate in cima ben strette proprio per non far scivolare via il coperchio che doveva aderire esattamente all’orlo della pignatta, dopo di che la si avvolgeva in una calda ed ampia coperta di lana e così tutta chiusa e protetta veniva nascosta dentro la profondità di un armadio. E che nessuno si azzardasse a toccarla o tanto meno ad aprire l’armadio, perché lì dentro nel buio e nel calore dei vestiti e dei legni ecco che la magia dava inizio al suo corso. La pasta lentamente si sistemava, si distendeva, cominciava a respirare, e ad ogni suo sussurro, ad ogni suo respiro ecco che si gonfiava si muoveva, viveva, era un mostro di favole antiche, era la palude appiccicosa che ingoiava principi e cavalieri, era una cosa viva e paurosa che sarebbe cresciuta, cresciuta e per questo bisognava tenerla stretta serrata, e lì si alzava, occupava tutta la pentola e bussava al coperchio lo si sentiva muovere e vacillare, ma era così legato stretto, che, la sua lievitazione avveniva tutta lì dentro, guai se si fosse aperto un varco, uno solo, piccolino, allora il bianco magma sarebbe fuggito e ci avrebbe mangiato tutti invece di stare lì a farsi mangiare trasformato in dolcissime sfingi.
Finalmente dopo ore di delirio, la pentola veniva presa, scoperchiata, e il coperchio si staccava a fatica, era diventato preda della vorace pasta che con mille dita lo teneva avvinghiato, ma il freddo esterno che improvviso l’avvolgeva, la rendeva più docile, non riusciva più a gonfiarsi perdeva lentamente le forze, stava a sdilinquirsi, scivolando nei suoi ultimi sospiri. Vicino a lei, sul fuoco, una padella colma d’olio fuso si divertiva a far rotolare miriadi di bollicine frizzanti, tutto era pronto. Con un cucchiaio tuffato nella pentola, si prendeva una noce di quella pasta e la si faceva scivolare nell’olio bollente e d’incanto la  piccola bianca noce si moltiplicava in una soffice e vaporosa palla dorata e le bollicine attorno a lei la facevano ridere a crepapelle e lei si girava e rigirava e più si girava e più si imbiondiva fino a che una paletta piena di piccoli buchi, con delicatezza la  tirava su facendo scivolare via il biondo umore, per poi  deporla sulla carta paglia, allora la si intingeva di zucchero e miele e il boccone prelibato era pronto per sciogliersi in bocca caldo e fragrante.
Un’altra classe di dolci troneggiava felicemente sul carnevale: erano le sfogliatelle e i ravioli, un’altro impasto circondava la loro magia: sodo e compatto come il sederino di un bimbo, era il risultato di un connubio strano ed affascinante. Dentro un cratere di bianca farina veniva posta una piccola massa densa e viscida, sembrava gelato caldo ma appena lo mettevi in mano ecco che si squagliava, il calore della pelle lo sfaceva, lucido e untuoso, lo strutto assorbiva farina inghiottendola, granello  dopo granello, per diventare esso stesso un panetto soffice e sodo.
Dopo un accurato e lento riposo, lo si deponeva sopra una spianatoia di biondo legno e le mani con un lungo e robusto matterello iniziavano un trucido balletto. Le anche, con ritmo lento e sicuro, andavano e venivano dal tavolo, il riflusso dell’onda seguiva il ritmo delle braccia che via via sempre più velocemente roteavano facendo scivolare il matterello, che con perizia e ferocia scivolava sulla pasta cercando di appiattirla, rotolandola di qua e di là, la assottigliava, la stendeva, ed essa si gonfiava ai bordi, moriva in centro, e riempiva la vastità della spianatoia fino a diventare un grande cerchio  materico, liscio e sottile.
E disco dopo disco, sfoglia dopo sfoglia,  una miscela di cannella e chiodi di garofano veniva sparsa su di essi, e la pila untuosa e profumata era pronta per essere arrotolata ed affettata in tanti dischetti rotondi, che sfrigolando, uno dopo l’altro dentro un’ampia padella, affogati nell’olio bollente, emanavano odori di mistico oriente.
I ravioli invece, conservavano un segreto. Dentro il loro pancino veniva nascosto un delizioso impasto. Una crema di ricotta e canditi, profumata all’arancia, era deposta nel centro del dischetto; dopo di chè lo si richiudeva e con i polpastrelli delle dita si schiacciavano morbidamente i suoi lembi, confusi fra loro in un bacio appassionato. Il prezioso cofanetto era così pronto per friggere beatamente, e un rovente abbraccio saldava questo fragante insieme di delizie.
Intanto i carnevali scorrevano attorno alla mia casa avvolgendola di profumi e stelle filanti, nell’aria impregnata di grasso i coriandoli volteggiavano lentamente sgrillettando scintille di colori, ma da noi non succedeva mai niente.
Le maschere giravano per le strade e tutti così camuffati si ammiravano a vicenda; la sera, essere triviali, a volte spuntavano improvvisi agli angoli delle vie e tutti sussultavano spaventandosi a vicenda, ma da noi non succedeva mai niente.
Il nostro carnevale scorreva sulle ali delle sfogliatelle e le bollicine d’olio erano le uniche a sfrigolare allegramente; le gioie e gli strilli non abitavano in quella casa, ed io guardavo con ansia stupefatta gli altri bimbi ridanciani che andavano in giro allegri e chiassosi.
A casa il carnevale veniva celebrato comprando e mangiando frittelle, certi anni, goduria delle godurie, li si preparava in casa e se ne facevano tanti, perché bisognava anche regalarli ad amici e parenti, ed era tutto un reciproco regalarsi, con le case che trasudavano olio profumato, con l’aria impregnata di zuccheri pregni d’aromi, e le nostre bocche fraganti di lucide briciole.
A volte mio padre tornava a casa la sera con in mano una guantiera tutta racchiusa nella sua bella carta da pasticceria, ed ecco che la serata, da monotona, prendeva l’abbrivio della felicità. Si apriva il pacco  e tanti soli dorati rilucevano dentro piccoli specchi di cristallo, il miele colava da ogni dolce, profumando le dita e rendendole piacevolmente appiccicose; ed era bello leccarsele ad una ad una, in quel momento nessuno vedeva nessuno, ognuno di noi era entrato nell’antro segreto dei suoi nascosti piaceri.
Ma quell’anno ci fu qualcosa di diverso, non so perché, non so per quale motivo,  quell’anno mia zia disse: ti faccio il costume di carnevale!
Non la maschera , che già di per se sarebbe stato qualcosa di molto eccitante, ma addirittura un intero costume di carnevale, un costume tutto mio, tutto per me; neppure le mie sorelle che erano così grandi avevano mai avuto un costume tutto per loro; una volta sì, lo ebbero, me lo ricordo perché le vidi nella foto, una per ciascuno, non so se fosse un costume di carnevale o un elegante abito da sera ma loro  stavano lì abbracciate ad una colonna con indosso un abito estremamente provocante. Sembravano dive del cinema, i capelli neri trattenuti in morbide ciocche, i visi tondi e paffuti, appena usciti dalla fase infantile, pronti a sorridere con la malizia della gioventù, il collo nudo pieno e rotondo, un accenno di seno fra le morbide pieghe del corpino e infine una lunga larga gonna piena di ruches. Doveva essere di un bel colore pastello perché le foto in bianco e nero rimandavano delicati bagliori perlacei. Ma quello che più mi mandava in visibilio era la mano che con tanta grazia sollevava un lembo dell’abito in una mossa leziosa e leggiadra, mettendo in risalto la bianca carnagione del braccio racchiuso in alto da una paffuta manichetta.
Per esaltare il tutto, il fotografo aveva ritoccato le foto colorandone le guance e rendendo vermiglie le labbra. Erano due strane foto di fanciulle appena sbocciate che mi facevano sognare: anch’io da grande sarei stata così bella, anzi di più.
Ed ecco che non dovevo più aspettare, non c’era bisogno di diventare grande, ora subito anch’io avrei avuto il mio abito pieno di ruches e di volant, che bello!
Eppure non potevo crederci, non era possibile, così divenni più seria e sospettosa; Ma mia zia,  insieme a zia lina, si mise all’opera.
Comprò carta su carta, quella riccia quella che si può sagomare, con forbici ed ago cominciarono a tagliare, cucire, arricciare. Dapprima fecero una tunica di raso lunga fino ai piedi e con le maniche, da mettere su di me, che ben vestita e coperta,  uscendo fuori non prendessi freddo. Quindi cominciarono a cucirle tutt’intorno volant su volant. Solo la parola volant mi faceva morire, adoravo i volant, tutte le mie principesse erano vestite di volant, le mie bambole erano piene di volant ed io stavo entrando nel loro mondo.  Le fanciulle dei miei film, prima di farsi rapire indossavano abiti pieni di volant, e tutto sfarfalleggiava attorno a noi bellissime.
Poi c’erano le prove ed ogni giorno quest’abito diventava sempre più bello, il rosso fuoco violaceo dell’abito si addiceva perfettamente a me, ai miei capelli neri che rilucevano biondi, ai miei occhi neri che riflettevano l’azzurro del cielo, alla mia pelle bianca, ero bionda come le mie bambole bionde. Infine potevo entrare dentro il mio mondo.
Quando l’abito fu pronto ci si accorse che mancavano ancora alcune cose: così ebbi un meraviglioso ombrellino di carta pur’esso viola, con il bordino frangiato di bianco che quando si apriva tingeva tutto di rosa, e io mi pavoneggiavo roteandolo  di qua e di là. Ma ancora mancava qualcosa: il cappellino! Così ne ebbi uno rivestito di lucida carta viola che messo in testa, leggermente inclinato, mi dava un’aria estremamente birichina, ma ci voleva pure la borsetta sennò dove mettere i coriandoli? Ed ebbi anch’essa,  naturalmente viola.
Il giorno di carnevale finalmente fui pronta, lo specchio rimandò l’immagine di una nanerottola violacea racchiusa in un bozzolo violaceo, gonfia di carta, con un buffo cappellino in testa e un ombrellino brandito in mano con cipiglio fiero e orgoglioso.
Ma non ero io quella. Dentro lo specchio vidi una leggiadra donnina appena uscita da un racconto fatato, uscita dal film appena visto con zi bastiano, uscita dai racconti di zia lina con i brividi che ancora mi serpeggiavano lungo la schiena. Ero io quella: la creatura magica avvolta dentro una spirale di ruches e volant pronta ad uscire , a pavoneggiarsi per la strada, la donnina che aveva raccolto l’allegra approvazione di zia lina.
Per l’età ero altina e il cappellino mi slanciava ancora di più; e mia zia decise di farmi fare una foto ricordo e addirittura mi truccò. Con il suo piccolo bagaglio di belletti fece di me una gran dama. Mi spolverò il viso con una cipria morbida e setosa  piena di un profumo che mi penetrò nelle nari permaendo i miei sensi di beata beatitudine; arrossò le mie guance con una polvere densa e rossa che a volte lei metteva sul suo viso, e le mie paffutissime  guance divennero deliziosamente rosate, con uno stecchetto di carbonella annerì le mie sopraciglia, e delizia delle delizie mi tinse le labbra. La mia bocca divenne scarlatta come quella del cinema a colori, e con uno smalto rosso ebbi le unghie delle grandi dive.
Allo specchio piacqui da morire perché mi rimandò un’immagine meravigliosa, gli occhi  sprizzavano felicità da tutti i pori, avrei voluto che tutto il mondo fosse venuto lì ad ammirarmi. Ero pronta per uscire, non mi vergognavo, non avevo paura, ero bella ero troppo bella, ero la donna dei miei sogni, tutta bruna bionda e rossa. Dal fotografo le foto vennero bellissime, io ridevo tutta e il suo lavoro fu facile.
Per il ritorno si imboccò una strada lunga e un po’ buia, una sola lampada tenuta da un esile filo, oscillava su in alto, le pareti delle case buie e silenziose accompagnavano il lungo corridoio di luce, si girò l’angolo e lo vidi venire incontro a me: il mio principe! Il principe della mia vita era lì, dietro l’angolo e mi sorrideva.
In mezzo,tra mia zia e mia sorella, c’ero io e lui guardava me, era l’uomo uscito dalle mie favole; camminava per davvero lì per strada, mi veniva incontro e sotto la maschera sapevo che mi stava sorridendo, guardava i miei occhi sgranati, la mia piccola bocca rossa socchiusa in un sorriso di meravigliosa beatitudine; e fece quello che ogni principe di favola avrebbe fatto incontrando la sua principessa.
Sulla testa portava un largo cappello piumato, con la mano guantata se lo tolse, e facendolo volteggiare nell’aria lo portò al petto inchinandosi profondamente davanti a me. Non ero sbalordita, ero estasiata, quando si sollevò io guardandolo con il viso raggiante di gioia gli feci il più grazioso degli inchini che damina avesse mai fatto al suo cavaliere.
Lui continuò la sua strada e mia zia e le mie sorelle incantate anch’esse dalla scena, mi tirarono via. Ma la nostra segreta felicità aveva toccato gli apici di tutti i carnevali futuri a venire.



                       

domenica 25 dicembre 2011

LA NOVENA DI NATALE

                                    
                               LA  NOVENA  DI  NATALE






In  dicembre la Mortella è già matura, e per il tredici, giorno di Santa Lucia, le strade ne sono già piene, il suo profumo inonda l’aria e i chicchi rivestiti d’oro brillano tra i suoi rametti.  A mangiarli hanno un sapore acerbo e legnoso; dentro il cuoricino di ogni chicco si conservano piccoli semini, che danno al palato un sapore dolciastro; la buccia è lapposa cosicché devi, assaporarli ad uno ad uno, e chicco dopo chicco, altrimenti la bocca si impasta e non riesci più a parlare, ma mangiarli e lo spasso di tutti i bambini.
Anche gli adulti ne assaggiano, sempre alcuni chicchi, forse per ricordare  soli lontani, che entrando dentro di te diventeranno calori futuri.
La mortella per S. Lucia viene venduta negli angoli delle strade, ed anche il mercato trabocca di rami, e tutti ne hanno un fascio fra le sporte.
Mio zio Bastiano no, lui andava diritto alla fonte
Quelle sere tornavano lui  e l’asino carichi di tutto: su quella groppa legate fra loro ci stavano lunghe canne appena tagliate, sopra in verde disordine, fasci di verde alloro brillavano odorosi, e su tutto era deposta la mortella, le sue piccole foglie lanceolate erano attaccate ai rametti lunghi e sottili e i chicchi luccicavano nascosti qui e là. 
Un  carico di verde e di ocra ondeggiava ai movimenti dell’asino e  tu capivi che era arrivato quel momento.
Tutta la città si stava preparando per la Festa, ovunque sui muri, fra i vicoli e le vie, c’erano sacre nicchie con dentro la Sacra Famiglia, che occhieggiando qui e là era in ansia anch’essa per il nuovo magnifico addobbo che le sarebbe stato fatto.
Le famiglie che abitavano su quella strada si riunivano in gruppi, ed ognuna addobbava la sua sacra icona.
File e file di nespole venivano infilzate per farne fastose collane; da noi allora c’erano due tipi di nespole: quelle estive: succose bionde e dolcissime. 
E poi c’ erano le nespole invernali, erano dei frutti ramati, grandi quanto una nespola ma con la buccia spessa, colore del rame invecchiato; la polpa era bianca, densa e lapposa, non troppo dolce, conservava al suo interno dei semi bianchi rivestiti da una leggera pellicina marrone, il frutto portava in testa una bellissima larga corona di fogliette piccole e aguzze, e dentro questa leggera cavità si annidava una peluria bruna, sembravano fatte apposta per essere mangiate oppure infilzate, e così le si usarono per farne sacre e sontuose collane, alcune di queste collane a volte ricevevano una pennellata d’argento così che sotto le luci radenti brillavano di meravigliosa meraviglia. Arance e mandarini come pomi fatati si affacciavano qui e là.
Con le canne si costruivano graticci di castelli, era il portale fatato che ci avrebbe condotto verso un mondo nuovo. Il graticcio veniva riempito d’alloro fresco e fragrante e attorno gli si intrecciava  la mortella  piena di chicchi dorati.
Le collane di nespole gli si attorcigliavano, scivolando sinuosamente fuori e dentro il portale, e arance e mandarini e mele brillavano di rugiada sotto il sole invernale. Era un inno al nuovo anno, al sole che sarebbe rinato, al piccolo fanciullo che ci avrebbe portato nel nuovo futuro; così addobbate le strade dichiaravano di essere pronte per la grande notte.
 In quegli anni la mia città non conosceva Presepi o alberi o babbi Natale, dentro le case e per le vie non scintillavano addobbi di luci o di variopinti boe, o forse non li conoscevo io, il mio incontro con l’altro mondo avvenne alcuni anni dopo quando la televisione bianca e nera mi dipinse il mondo d’argento. Per allora c’era il sole e la calda luce della lampadina a rendere fluorescenti i miei sogni.
Prima della festa i giorni scorrevano pieni di allegra sacralità: si preparava la Novena e le donne , come antiche Vestali diventavano padrone della casa e tutto girava attorno ad esse, e loro giravano tra le case e le botteghe.
A turno ogni anno in ogni casa si innalzavano piccoli altari, erano tavoli rivestiti di un bel panno scuro con sopra la candida tovaglia ricamata, quella che non si usava mai, ogni famiglia ne aveva una in serbo, i ricami preziosi ornavano tutta la base e sopra si innalzava la grande porta.
 Zi bastiano costruiva un gran bel graticcio di canne legate con la corda, doveva rappresentare la facciata di una casa, quella Casa. IL graticcio era rettangolare e finiva con la punta del sacro triangolo, nel mezzo faceva bella mostra di sé il Quadro: li dentro tutti e tre ci sorridevano compiaciuti: la Madonna, poco più che bambina, ninnava il suo giocattolo di carne che sgambettava roseo biondo e felice: San Giuseppe, appoggiato al suo bastone fiorito, era appena tornato dalla campagna, gli azzurri, i rosa e i verdi inondavano di pace e serenità il loro paesaggio, ed egli guardava stupito questo strano miracolo, accettava con stralunata devozione questa mamma bambina tutta raccolta nella nicchia virginale del suo piccolo Dio.
 La casa odorava tutta, profumando di frutti ed erbe.
La sera le vicine arrivando avrebbero emesso un oh! di meraviglia, perché veramente zi bastiano era molto bravo nel far lavorare le mani, al contrario di mio padre che era molto bravo nel far lavorare la testa. Due bei padri ho avuto io !
Le vicine sedute tutte intorno, dopo una prima fase di convenevoli, cominciavano ad intonare inni e litanie.
         Di sera la città, solitamente silenziosa, risuonava di canti, da tante case uscivano fuori melodie di felicità.
Una volta all’imbrunire, si tornava da non so dove e l’aria di fine dicembre ci penetrava nelle ossa; i muri, le case, la strada tutto fiatava gelo e il mio cappottino non bastava a ripararmi, sembrava che il berrettino avesse fatto un patto con il gelo, e i guantini complici anch’essi, intirizzivano le mie mani, il gelo rendeva rossi i nostri visi, si camminava a passo svelto per scaldarci ed arrivare prima. A terra il selciato luccicava di rosso e d’azzurro, nel pomeriggio aveva già piovuto ed a quell’ora nuvole di piombo si addensavano su in alto, il vento gelido e silenzioso costruiva troni di ferro orlati d’oro e porpora, a fendenti il rosso del tramonto stava colorando la  strada.
Ed interrompemmo la nostra corsa: da un lontano vicino arrivò un suono, come di tromba o di clarino, era un suono che squillava lentamente con dolcezza, raccontando della  festa imminente.
Davanti a loro un pò più in alto i lumini dell’altarino emanavano aromi di cera, e il portale nella scarsa luce dell’imbrunire emanava odori e bagliori di cupa luce notturna. Erano dei suonatori che giravano per le vie, erano stati pagati per raccontare della nuova nascita.
Una volta vennero pure nella mia strada e sempre in dicembre e sempre a quell’ora tarda, quando nel cielo su in alto l’indaco avanza lento e guardingo intanto che l’azzurro ancora celeste illuminava i loro ottoni,  ed essi vestiti di nero intonavano nenie natalizie, interrompendosi ogni tanto in un bicchiere di rosso offerto  per scaldare le loro bocche. 
Il buio i colori i suoni gli odori e i miei quattro anni si avvolsero per sempre alle mie emozioni.
Ma la festa quella vera stava per arrivare, a casa per quattordici sere, ogni sera tutte le vicine stavano sedute  attorno strette strette, e la piccola casa diventava un nido caldo e profumato, e c’era da mangiare e c’era da bere, finiti i canti e le preghiere mia zia faceva passare un grande vassoio pieno di ceci e fave abbrustolite, giravano pure dei  biscotti, e un bicchiere di vino scaldava lo stomaco dando il via a un brusio di pettegolezzi, ogni sera la casa brulicava di donne e di voci.
         La sera più bella era l’ultima, lì si che c’era da divertirsi. Tutte le donne di casa: zie, sorelle, cugine e amiche intime per l’ultima sera avevano preparato i boccellati: la delizia delle delizie. Per la preparazione di questi dolci ci volevano ore ed ore: per sgusciare le mandorle, noci e nocciole, per poi metterli a cuocere lentamente tra profumi di anice e bucce d’arance. 
A parte si ammorbidivano cataste di fichi secchi e uvetta sultanina, anch’essi si mettevano a cuocere sopra un fuoco lento e tutto era intriso di zucchero, infine queste due pentole di dolce magma le si univa in un unico impasto che a tocchi, da freddo, lo si adagiava su una pasta di pane un po’ dolce, poi la si rotolava, dandole le forme più strane e graziose e pizzicandola vi si aprivano delle ferite succose; e sopra questi panetti si spalmava il rosso dell’uovo che sbattuto con l’olio li avrebbe indorati, e infine sopra tutto si spargevano gli onnipresenti chicchi di sesamo. Un infinita fila di enormi teglie nere stracariche di buccellati andavano avanti e indietro dai forni. Ma quando alla fine mordevi il tuo buccellato la pasta e la crema si fondevano in bocca e i tuoi sensi entravano nel paradiso delle voluttà.
         La sera della Nascita si era all’apice della lunga novena, era la sera più ricca e tutti sapevano che ci sarebbe stato qualcosa di speciale, il passaparola i preparativi, il via vai dei cibi facevano arrivare dei vicini anche da lontano.
Gli scaldini scoppiettavano allegramente, e il braciere nella stanza quella sera era diventato il sacro tripode, la carbonella fatta di bucce di mandorle illanguidiva, sbiancando tra lampi di scintille, sopra, dentro cartocci di gialla carta paglia, le salsicce sfrigolavano grasso emanando profumi di carne, e tutto intorno nere olive succose strizzavano la loro polpa sprofondando dentro la bianca cenere, rimpicciolendosi pian piano e tingendo di nero la brace ormai diventata polvere perlacea, ma bastava rimestare per un attimo, che diaboliche scintille scaturivano da quel cratere d’aromi.
E sarà stato l’odore del cibo e il rosso del vino, e saranno stati gli effluvi del monossido, e sarà stata l’eccitazione dell’ultima sera; ma i canti, le preghiere, le risa, le voci tutto salì in cielo, così che il bambinello quella notte ebbe una dolce via da seguire per scendere quaggiù.

sabato 24 dicembre 2011

AUGURI

UN FELICE NATALE E UN ALLEGRO CAPODANNO A TUTTI GLI AMICI DEL MIO BLOG

A TUTTI QUELLI CHE PASSANO PER UNA BREVE VISITA

E A TUTTO IL MONDO INTERO.....................

martedì 13 dicembre 2011

Noi chiediamo!

In queste ore gira sul web un messaggio per la nostra classe politica, ignoro l'autore e l'origine; ma approvo il contenuto e pubblico volentieri il messaggio originale.
Tratto dal web

IL NUOVO GOVERNO, COME IL VECCHIO, CHIEDE DI AUMENTARE L'ETÀ DELLE PENSIONI PERCHÉ IN EUROPA TUTTI LO FANNO.

- NOI CHIEDIAMO, INVECE, DI ARRESTARE TUTTI I POLITICI CORROTTI , DI ALLONTANARE DAI PUBBLICI UFFICI TUTTI QUELLI CONDANNATI IN VIA DEFINITIVA PERCHÉ IN EUROPA TUTTI LO FANNO, O SI DIMETTONO DA SOLI PER EVITARE IMBARAZZANTI FIGURE.

- DI DIMEZZARE IL NUMERO DI PARLAMENTARI PERCHE’ IN EUROPA NESSUN PAESE HA COSI’ TANTI POLITICI !!

- DI DIMINUIRE IN MODO DRASTICO GLI STIPENDI E I PRIVILEGI A PARLAMENTARI E SENATORI, PERCHÉ IN EUROPA NESSUNO GUADAGNA COME LORO.

- DI POTER ESERCITARE IL “MESTIERE” DI POLITICO AL MASSIMO PER 2 LEGISLATURE COME IN EUROPA TUTTI FANNO !!

- DI METTERE UN TETTO MASSIMO ALL’IMPORTO DELLE PENSIONI EROGATE DALLO STATO (ANCHE RETROATTIVE), MAX. 5.000,00 EURO AL MESE DI CHIUNQUE, POLITICI E NON, POICHE’ IN EUROPA NESSUNO PERCEPISCE 15/20 OPPURE 30.000,00 EURO AL MESE

- DI FAR PAGARE I MEDICINALI VISITE SPECIALISTICHE E CURE MEDICHE AI FAMILIARI DEI POLITICI POICHE’ IN EUROPA NESSUN FAMILIARE DEI POLITICI NE USUFRUISCE COME AVVIENE INVECE IN ITALIA DOVE CON LA SCUSA DELL’IMMAGINE VENGONO ADDIRITTURA MESSI A CARICO DELLO STATO ANCHE GLI INTERVENTI DI CHIRURGIA ESTETICA, CURE BALNEOTERMALI ED ELIOTERAPIOCHE DEI FAMILIARI DEI NOSTRI POLITICI !!


CARO NUOVO GOVERNO, NON CI PARAGONARE ALLA GERMANIA DOVE NON SI PAGANO LE AUTOSTRADE, I LIBRI DI TESTO PER LE SCUOLE SONO A CARICO DELLO STATO SINO AL 18° ANNO D’ETA’, IL 90 % DEGLI GLI ASILI E NIDO SONO AZIENDALI E GRATUITI E NON TI CHIEDONO 400/450 EURO COME GLI ASILI STATALI ITALIANI !!

IN FRANCIA LE DONNE POSSONO EVITARE DI ANDARE A LAVORARE PART TIME PER RACIMOLARE QUALCHE SOLDO INDISPENSABILE IN FAMIGLIA E PERCEPISCONO DALLO STATO UN ASSEGNO DI 500,00 EURO AL MESE COME CASALINGHE PIU’ ALTRI BONUS IN BASE AL NUMERO DI FIGLI .

IN FRANCIA NON PAGANO LE ACCISE SUI CARBURANTI DELLE CAMPAGNE DI NAPOLEONE, NOI LE PAGHIAMO ANCORA PER LA GUERRA D’ABISSINIA !!

NOI CHIEDIAMO CHE VOI POLITICI LA SMETTIATE DI OFFENDERE LA NOSTRA INTELLIGENZA, IL POPOLO ITALIANO CHIUDE 1 OCCHIO, A VOLTE 2, UN ORECCHIO E PURE L’ALTRO MA LA CORDA CHE STATE TIRANDO DA TROPPO TEMPO SI STA SPEZZANDO. CHI SEMINA VENTO, RACCOGLIE …..TEMPESTA !!!


SE APPROVI, PUBBLICA LO STESSO MESSAGGIO E CHIEDI AD ALTRI DI FARLO

domenica 30 ottobre 2011

Questi sono i dolci siciliani in uso per la festa dei morti:

LA GRANDE FESTA

Non mi ricordo se ho mai messo questo racconto, 


                   LA   GRANDE   FESTA


Il Viale dei Morti: dalla chiesa di San Domenico al cancello del Cimitero c’è una lunga strada, larga e comoda, sempre inondata di sole e di nuvole barocche.
 Nei suoi due lati, bellamente posizionati si adagiano maestosi alberi di robinie. Quasi nascosti dai tronchi e dalle  ampie chiome si dipanano due ridenti rosari di casettine, una fila a destra e una fila a sinistra; porte, finestre e balconi spalancano le loro bocche e i panni stesi sono sciorinati nell’aria limpida che, da un lontano orizzonte di verde, sale su verso la città. Le canzoni, i bimbi, i cani, hanno suoni che inondano l’aria, pezzi di campagna si stendono dietro le case dove gli orti, i polli, i conigli e gli asini vi crescono e vi trovano confortevole rifugio.
Ho sempre invidiato questi strani cittadini che con la morte da secoli tessono un intimo rapporto feriale, di giorni vissuti tranquillamente intanto che la piena del dolore passa in mezzo alla loro vita.
Cinquecento metri è il percorso che la città offre all’ultima passeggiata, scende direttamente giù al cimitero arrivando all’estremo baluardo; è come una freccia, che lanciata nel vuoto, protesa nell’aria, è sostenuta da una terra che della sua ondulazione   ne fa punto d’orgoglio.
Un giallo brullo ed arido riempie la terra per tutta l’estate; ma ottobre, che nei suoi morenti languori trionfa sulla nascita di un gelido novembre, si fa trovare intensamente verde; e una sinuosa lussureggiante primavera sposa l’autunno dei nostri sogni. In un connubio confuso di dolci colori, gli azzurri e i rossi tramonti tingono di viola le colline sprofondate in un verde inchiostro notturno.
 Gli orti e gli alberi e persino i fiori indossano gale di lucida pioggia. Le grandi Robinie dalla lussureggiante chioma hanno grossi tronchi contorti, pieni di gobbe nodose e di voragini dove i morti giocano lietamente a nascondino.
Lungo la strada ci sono artigiani che lavorano il marmo e il legno e i fiori; scolpiscono bianche lapidi per noi, così passando piano piano cominciamo a sognare sotto a quali fantastiche ali vorremmo nascondere il nostro riposo. E piano piano cominciamo ad affezionarci a questi letti di legno ripieni di soffice seta, e dentro ci nasce il desiderio per i fiori della nostra passione.
Questo pezzo di città è il quartiere degli Angeli, e il piccolo viale è dedicato ai vivi che scendono dolcemente rassegnati verso il pozzo profondo dei propri ricordi; e noi qui siamo i futuri angeli che abiteranno quella Rupe. Cinquecento metri di strada! E quanta la folla che l’ha percorsa aspettando il proprio turno, per fermarsi là dentro e poi più proseguire.
Un tapy-roulant pieno di sole e di verde scivola ininterrottamente giù, sempre più giù, e tu stai li sopra e speri che il tuo pezzetto di spazio sia il più lento di tutti. Dopo aver compiuto i cinquant’anni questo è di diritto il proprio posto. Ci si vive e ci si invecchia intanto che la vita sgrana i suoi piaceri e i suoi dolori. Ma a volte succede un subbuglio improvviso e tutti si spostano, fanno spazio: ospiti inattesi arrivano, correndo e vociando. Sono giovani, bambini, gente che non ha nessun diritto di stare lì, eppure corrono  da matti per infilarsi in quel cancello e prendere un posto che ancora non è stato neppure pensato dai loro parenti.                                                            Quando ottobre stava per finire, novembre si avvicinava; il nostro novembre era un mese con la punta dei suoi giorni scintillante come una cometa. Tra ottobre e novembre non sai quanto dell’uno o dell’altro, scoppiava la festa multiforme e multi colorata dei morti. In certi anni, certi soli rendevano tutto più caldo e vibrante; in certi anni, certe brume e certe piogge coi loro gelidi freddi, rari per i nostri Autunni, facevano brillare ancora di più lo scintillio degli ori, e il crepitio delle candele e i profumi dei fiori che volando  basso inebriavano l’orlo dei  nostri vestiti.
Nel denso grigio bluastro, i caldi colori del nostro cimitero si fondevano dentro un’acqua che faceva fiorire ampi tappeti di muschio smeraldino. Nell’umido grigiore persino i poveri facevano più pena, stavano lungo il viale della morte, ospiti accettati, rannicchiati a terra, in fila indiana uno dopo l’altro, e un lungo corteo di mani aperte ci accompagnava fino al cancello, e i sussurri della gente venivano coperti dalle loro benedizioni per quelle monetine che solo in quei giorni cadevano a fiotti, forse per ingraziarsi un al di là avido di buone azioni.                               Ottobre e l’aria dolce e frizzantina comincia ad annunciare l’arrivo della Grande Festa. E’ già passato un mese dalla esuberante sbornia della fiera paesana, le scuole si sono riaperte e i ragazzi hanno ripreso i loro posti dentro le stesse aule; cosicché gli adulti possono dedicare i giorni dell’ultima settimana ai grandi preparativi.
Ci sono tante cose da fare: andare al cimitero e pulire le tombe, che grandi o piccole che siano, tutte richiedono lo stesso lasso di  tempo. Bisogna lavare i marmi, renderli lucidi e brillanti, togliere via i fiori secchi perchè dopo un anno o due,  il ricordo si affievolisce, le emozioni si placano e lentamente i grovigli dei pensieri si allontanano, le visite si diradano e i fiori  rimangono cupi testimoni di antiche pene. Tutto deve essere nuovo e fresco per la festa che si avvicina, il dolore rinverdisce mette nuove  radici, e tenere foglioline di un pianto riscoperto testimoniano, che giù in fondo al cuore, i morticini hanno sempre avuto un segreto rifugio.
Dalle fontanelle pregne di soffice muschio, l’acqua cristallina scroscia dentro vasi sciacquati e risciacquati. Si buttano le vecchie candele mummificate dall’umido caldo cimiteriale e se ne mettono di nuove, odorose di cera, dalle squillanti fiamme sprigionatesi da pimpanti stoppini. Si controllano e si sistemano lampadine di ogni ordine e grado, luci eterne che tremolano notte e giorno senza soffrire ai rabbuffi del vento. Si spazza a terra e secchiate d’acqua portano via la polvere delle stagioni.
Sembra facile e sbrigativo portare a termine questi lavoretti, ma non è così; sono lavori lunghi e faticosi che opprimono l’anima e il corpo. Una cappa di tristezza attanaglia i movimenti rendendo ogni gesto lento e penoso. Spolverare un pezzo di marmo con la foto della cara persona, richiede tempo, tempo dedicato ai ricordi, di quella volta, di come morì, del perché, del vuoto lasciato dentro di noi, delle domande che il morto fa ad ogni nostro gesto, per ogni nostro sguardo; è lì da solo che pensa e quando noi arriviamo vuole il racconto dettagliato dei nostri giorni, vuole seguire il filo dei nostri pensieri.
E le donne spolverano e raccontano, ogni passata di straccio è una carezza, un contatto che penetra dentro la carne fredda del marmo, gli occhi vitrei ci guardano, seguono il nostro dolore, partecipano alla gioia dei nostri racconti, a volte felici.
E nella litania dei rosari sgranati, chicco dopo chicco si nascondono parole di conforto, le cantilene e i gesti si susseguono con un ritmo sincopato, sembra che il cuore caldo e vibrante si mischi e si confonda con la gialla pietra di Sabucina, e dentro i suoi mille sfaccettii di luce si  nascondono  le scaglie dorate dei nostri ricordi.
I fiori, dentro i vasi; sugli altarini le candide tovaglie ricamate; le odorose candele, tutto deve essere scenograficamente sistemato; al via vai dei dolenti e degli amici che passano per posare un fiore, si  trasmette l’affetto della famiglia e la qualità del proprio  stato sociale.
Intanto che si scende giù e ci si inoltra presso il dedalo di stradine, e intanto che  si torna su e ci si districa nelle anse curvilinee dei suoi gironi,  l’ emozione, il groppo in gola, il groviglio dei ricordi, rallenta, sfuma, si dipana nell’abitudine; e si guardano altre tombe e si notano visi, nuovi, per quelle cornici.
Gente con la quale abbiamo chiacchierato e sorriso, che fino a poco tempo fa abbiamo odiato e amato, gente che ci ha  invidiato e oltraggiato,  ora e lì, ferma e immobile, in nostro potere. Gente che avremmo voluto vedere strisciare ai nostri piedi, ora striscia la notte di tomba in tomba nella malvagia quiete di chi non può più nuocere.
In quei giorni nel recarsi al cimitero, si diventa parte integrante di una coreografia funeraria; ogni famiglia ha vissuto tristi lutti dentro le sue mura e gli armadi conservano ancora abiti eleganti e sobri, bei completi neri  che durante le ore di veglia parenti vari si sono affrettati a scegliere per te. Mani sapienti hanno racchiuso in ordine compatto i fili dei nostri capelli e come le greche piangenti di Ruvo,  dagli occhi gonfi di pianto con i fazzoletti intrisi di lacrime e profumi, le dolenti inseguendo la nenia del lamento, ondeggiano graziosamente le loro testine. E sul pallore di tanto dolore una meravigliosa e vivida ferita spicca tra le gramaglie scure: due labruzze rosse di minio brillano sotto le ciglia umide di pianto.
La scia profumata del nostro dolore lascia una traccia inconfondibile tra nubi di fiori e fumi d’incenso mischiandosi all’acre sapore della cera bruciata.
C’erano degli anni in cui un freddo gelido saliva su dalla valle e attorcigliandosi per  tutto il cimitero rendeva gelido ogni passo;  la città era scossa da lunghi brividi ed un vapore acquoso trasudava dalle sue mura; dentro ogni casa, pentole stracolme bollivano e ribollivano borbottando ceci e ammorbidendo frumento: era la Cuccia che cuoceva per ore  in attesa del grande ritorno.
In quei giorni, con la pioggia che rendeva viscido ogni passo, con i fiori che emanavano profumo di muffa, con il freddo che avvolgendo ogni tomba scivolava dentro le nostre ossa, il ritorno a casa si trasformava in un caldo abbraccio. Navigando per ogni stanza, una nebbiolina leggera impregnava del suo profumo tutto quello che incontrava; in cucina sulla tavola fumavano pile di ciotole, ceci e frumento come bionde pepite dorate  occhieggiavano dentro un viscido mare di vergine olio.
 Montagne di grani  erano circondati da saporosi brodi, danteschi piatti affogati dentro sorsate di buon vino rosso, facevano tornare la vita sulla pelle viva; e tuffavi il cucchiaio e ti riempivi la bocca di piccoli e grassottelli chicchi che sotto i denti si sfacevano come morbido velluto. Pezzi di pane si imbevevano profumando ogni fibra mollicosa e tutto finiva dentro una pancia avida, pronta, come l’antro di ali babà, a ricevere tutto quell’oro profumato.
 Come una spirale, che dai larghi giorni di ottobre scivola  verso l’ultima settimana, restringendosi fino all’apice del due novembre, allora tutte le nostre famiglie passano da questo giardino incantato; è più bello della Villa Amedeo e della Villa Cordova messe insieme. Qui è un tripudio di verdi, ci sono enormi Cipressi dalle  tonde bacche dorate, brune fiaccole falliche, onore di Venere, simboli di godurie future. Gerani iperbolici crescono in piena terra travalicando i confini di piante per diventare cespugli di sanguinolenti petali. Gelsomini pregni di bianchi bagliori si inerpicano rigogliosi, si nascondono fra buie terre per poi apparire ebbri di fiori là dove non esiste nessuna pianta piantata. Ed  una profusione di chiome arboree regala ombre profumate.
Un umore assordante inebria il costone dei passi futuri; le piccole case dei dormienti brillano al sole; la pietra di Sabucina è profusa a sazietà: La ricchezza dello zolfo inventò per i ricchi signori, ampie domus gloriose, piene di volute e di marmi e di ferro; scalpellini e muratori, fabbri e marmisti, adornarono il giardino dell’Ade con tempietti deliziosamente pomposi. Anche per i poveri la pietra di Sabucina regnò in abbondanza, anticipando la semplicità misterica di metafisiche linee di fuga. Si sbancò la collina che poggiava sugli  atavici ruderi del Castello di Pietrarossa, e il giardino dell’Eden fu pronto ad accogliere per l’ultima volta i mangiatori di pomi.
Con il suo carico di paura e di magia, puntuale arrivava la sera del primo di novembre. Era una sera quella in cui nessun bambino osava porre il più piccolo capriccio, ci si coricava  il  più presto possibile, e le coperte sopra le lenzuola  venivano tirate su fin sopra i capelli, non si voleva sentire  e non si voleva vedere: quella era la notte dei morti, ed anche i grandi dopo un po’ erano a letto.
 La casa era pronta nel silenzio più assoluto per ricevere gli strani ospiti che dopo la mezzanotte si sarebbero infilati nel buco della serratura per portare doni  a tutti i loro bimbi.
C’era un ordine non detto che tutti dovevamo  rispettare: nessuna persona umana, grande o piccina doveva vedere o sentire. I bambini soffocati sotto le coltri non sentivano passi furtivi entrare e uscire dalle stanze, non si udivano i cassetti o le ante dei mobili scricchiolare leggermente o il prillio dei giocattoli avvolti da stagnole elettrizzate dentro nastri variopinti; nè il rotolio dei dolcetti, allegramente sparsi negli angoli più impensati della casa. A volte nell’aria vibravano strani sussurri, veloci borbottii, e se stavi ben attento, anche dentro la tua stanza, quasi a sfiorare il letto, c’erano strani rumori; ma non si aveva il coraggio di tirare fuori un’ occhio per cercare di scoprire se era stato il nonno morto anni fa, o quella bisnonna che affettuosamente da sempre ti guarda da antiche foto ingiallite.
Allora non c’era la tv a riempirti di dubbi, e la nostra festa, dalle antiche radici, era arrivata persino a New York attraverso il filo dei nostri lontani parenti. Ma qui la nostra isola viveva ancora dentro i suoi misteri; le antiche religioni, portate da padri diversi, regnavano ancora in una felice commistione di sacro e di profano. Lo sfrenato erotismo di antiche sacralità; i voraci cannibalismi ammantati da sacri riti nati dentro grotte misteriche, come uteri terreni facevano nascere contatti divini. Nell’anima vergine dell’uomo isolano tutto vi era rimasto fermo e il mare proteggeva le nuove religioni che avevano tutto il tempo di insediarsi e sposare le vecchie abitudini. Lentamente si partorivano nuovi terrori e nuovi dei, fino all’arrivo di altre navi e altri predoni; e così un carico pieno di religioni come una palla di sole sfaccettato dominava l’animo della mia gente. Lo stretto di Messina ci faceva da baluardo e l’Italia era ancora immune dalle nostre tradizioni.
I bambini per anni potevano crescere nella beata illusione che i nostri morti quella notte, solo per quella notte, da un Dio pietoso avevano ricevuto il permesso di scendere giù , e con la tenera passione di un Ulisse, questa volta sono i morti che possono visitare i loro cari, con il tacito patto che i propri piccoli figli dormano e tacciano in questa allegra scorribanda notturna.
La città immersa nel  buio  carico di stelle, offre le sue strade alla luce dei negozi che a  porte spalancate espongono rutilanti giocattoli. Non ci sono  venditori e gli Ospiti furtivamente si aggirano fra strade e negozi scegliendo dolci e giocattoli da portare in dono. E i bambini sprofondati in un sonno denso di paura e di  ansia, dormendo sognano  il loro risveglio. Cosa avranno portato quegli antichi nonni? sarà arrivato fin lassù  il desiderio del loro nipotino che assieme ai  genitori quella mattina aveva tanto pregato per avere il suo nuovo giocattolo, promettendo in cambio un'intero  anno di bontà; altrimenti nessun nonno si sarebbe infilato per il buco della serratura con il suo carico di doni. E dove avranno nascosto la bambola, il trenino e i dolci?                 Ci sarebbero stati tutti i dolci voluti e tutti i giocattoli sognati?
Finalmente dopo una lunga e travagliata notte, arriva il due novembre: ed ecco scatenarsi l’inizio della grande caccia; sotto il letto, dentro l’armadio o nella credenza e dietro i libri o nella pentola o sopra la mensola, dappertutto poteva nascondersi un giocattolo, ogni ciotola poteva contenere pasticcini e caramelle ed allora bisognava cercare e cercare. Ma le prime cose facili da trovare erano sempre castagne cotte e fichi secchi, e i bimbi quasi quasi piangevano dopo averne masticato un po’; ma poi erano strilli di gioia ogni volta che un giocattolo rumoreggiando dal suo nascondiglio guidava il bimbo verso il suo possesso. E  con le braccia cariche di dolci correvano da una casa all’altra pazzi di gioia per i grandi ritrovamenti. In quegli anni i morti erano gli unici esseri magici a regalare doni ai nostri bambini.
Le strade e le piazze venivano addobbate con file e file di bancarelle stracolme di delizie e riluccicanti di brillii. Ogni negozio e ogni  bancarella rigurgitava di pasta di mandorle e la pasta reale in quell’occasione poteva veramente dirsi degna d’una mensa regale. Pesche, mele, susine, uva: c’era tutta la frutta dell’Universo intero, il paradiso terrestre improvvisamente si era riversato sulla nostra città. Frutti maturi al punto giusto riempivano cassette su cassette.
 I fichi avevano una dolcissima bocca appena socchiusa, piena di rosse vibrazioni che dall’arancio all’amaranto scendevano giù nella profonda gola di un cupo viola; verdi foglioline racchiudevano fragole lucide e succulente appena raccolte da un sottobosco odoroso di muschio, e i fichi d’india pieni di dolci spinette, e le albicocche, le pesche, le susine con le guanciotte teneramente rosa, vellutate come la pelle di un bimbo; e le castagne, le arance, i mandarini e le mandorle di un verde squisitamente giovane, e tutta questa frutta era circondata da una iridescente pagliuzza tremolante nei suoi nivei candori.
Dentro grotte misteriose i maghi pasticceri profondevano una cura infinita nel realizzare quei meravigliosi bocconcini che dentro le nostre bocche sprigionavano l’aroma e il sapore di un frutto appena colto dall’albero delle delizie.
Dietro le ceste della frutta, i pupi di zucchero rapivano gli sguardi dei bimbi e la bramosia dei grandi. Dame e cavalieri erano appena scesi dalla favola magica che la più sfrenata fantasia avesse potuto inventare. Nessuna fiaba già raccontata, nessuna realtà già vissuta era rappresentata in queste statuine; essi erano i personaggi dei nostri sogni, con gli abiti rilucenti, con i fantastici cappelli piumati e con le scarpette appena accennate in un passo forse di danza. E lo zucchero scintillava davanti ai nostri occhi come una polvere che impalpabile e immobile disperdeva nell’aria la follia del suo silenzioso racconto.
La corsa sfrenata dei cavalieri era bloccata dallo zoccolo di un minaccioso cavallo che criniera al vento nitriva dentro la sua corazza zuccherina; gentiluomini, vestiti a festa si inchinavano galantemente dinanzi a rubizze contadinotte, fanciulle giardiniere recavano ceste di fiori e di frutta;  riccioli biondi e cappellini vezzosi,  corpettini birichini e sottane svolazzanti, prodigiose ballerine che in una eterna piroetta vibravano immobili sulle loro punte.
Bellissime statuine non di bisquit ma di zucchero rappresentavano la realtà amara e infinita dei nostri desideri, erano i simulacri del piacere, davanti ai nostri occhi brillava una goduria sibaritica ma dietro ad essa c’era un racconto finito, la statuina, come un’orbita vuota, rivestiva di bianco una lattiginosa realtà; la sua verità  era solo un pezzo di zucchero che ben presto sarebbe finito, pezzetto dopo pezzetto, nella ciotola del latte mattutino.
Con sadico piacere e sotterraneo orrore, smembrando smembrando, seni gambe teste, e piume spade cappelli, zoccoli, criniere, languidi occhi e tenere manine,  deliziose boccucce e spavalde testine, tutto si sarebbe liquefatto desolatamente mattina dopo mattina dentro pozze di latte. E le bocche inebriate dal dolce profumo squittivano di piacere nel suggere tanta dolcezza.
Ma una fine ancora più atroce veniva riservata ad alcune di loro: essere infranto, disperso tra lo scintillio di mille pezzetti. E la principessa dopo un oh! di meraviglia sentiva andare in frantumi tutta la bellezza e l’eleganza del suo essere fatato. E nessuno raccogliendone i cocci avrebbe mai potuto riassembrarli, così si raccattavano quei pezzi di caldo ghiaccio profumato e la dolce fanciulla, zucchero dopo zucchero, si sarebbe squagliata  dentro le bocche di tutta la famiglia.
C’era un’usanza in quegli anni: il giorno dei morti il fidanzato regalava alla fidanzata un bel cestino addobbato con frutta di martorana e pupi di zucchero. Ed il cestino molte volte aveva avuto il privilegio di non essere disfatto, troneggiava anno dopo anno sopra o dentro un mobile, in bella vista; e c’erano pupi di zucchero di squisita fattura, che dentro la loro carta trasparente, seguivano la vita e la storia della  famiglia. Non si scioglievano e non andavano a male, e forse di notte, nel buio, ogni tanto sgranchivano un po’ le loro ossa cristalline; ma erano un ricordo, e nessuno osava mangiarli o distruggerli, accuratamente conservati si disperdevano nella polvere del tempo.
 Anche a casa mia c’è un pupo di zucchero, e non saprò mai quale sarà la sua fine. Dentro la sua carta, nell’angolo di sua proprietà, sono secoli che segue la mia vita e spero che continuerà a seguirla per altri secoli ancora.




SAGGEZZA

CONFERME

El sueno de la razon produce monstros


CORNOVAGLIA

CORNOVAGLIA

STELLE D'ORO

S'è CAPITO CHE ADORO I MICI???????????????????


era una notte buia e tempestosa

OSCAR WILDE

Sogna come se dovesi vivere sempre, vivi come se dovessi morire oggi.
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Quando si è giovani si pensa che i soldi siano tutto, quando si è vecchi... si scopre che è così!
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La vita non è altro che un brutto quarto d'ora, composto da momenti squisiti
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É sempre con le migliori intenzioni che si sono prodotte le opere peggiori
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La vita è una cosa troppo seria perché si possa parlarne sul serio
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L'unico modo per liberarsi da una tentazione è cedervi

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ULISSE


Fatti non foste a viver come bruti
ma per seguir virtute e canoscenza"






e volta nostra poppa nel mattino
de’remi facemmo ali al folle volo,