sabato 11 febbraio 2012




                                                                       IL  CARNEVALE


Il carnevale era una festa che calamitava tutti i miei istinti, mi piaceva la parola, era come un velo scherzoso che copriva il mondo di quel tempo; e mi piaceva il mese in cui il carnevale cadeva: Febbraio! Il mese più piccolo, come me.

Il mese più folle, come me.
Era l’ultimo mese dell’anno quello che raccoglieva i geli di ottobre, che  sempre più si addensavano, per esplodere dentro i suoi  freddi.
Era Il mese più freddo, come me, che mi regalava geloni e tremori,  che intirizziva l’aria della mia vita, era il mese che spaccava la terra frantumandone le zolle, era il mese delle algide stelle. 

Cieli sereni ammantavano le notti di febbraio, e drappi di stelle lucevano alti e lontani regalandoci aghi di gelo che come spade d’acciaio scendevano sulle case trapassando soffitti e pareti per cadere sui letti, rabbrividendo dentro sonni ammantati di bianco.
Febbraio volteggiava nell’aria invernale sfoggiando mantelli colmi di fiori, le sue nevi erano ricamate da candidi petali appena rosati; alberi nudi, senza foglie per ripararsi, agghiacciati dal freddo esplodevano carichi di fiori profumati, a miriadi costellavano rami e tronchi e a miriadi gelavano sotto il peso della neve, l’aria era satura tra il sapore della neve e il profumo del mandorlo; la brina li rendeva di cristallo e il regno della signora delle nevi scendeva sulla mia terra baciata dal sole e dal gelo. Febbraio dagli algidi giorni di ghiaccio, con il sole che spaccava le pietre,pieno di tramonti dorati che all’improvviso, un plumbeo addensare di nubi, regalava turbinii di candidi fiocchi che, baciati dal sole, avevano appena il tempo di farsi accarezzare per sciogliersi in calde gocce d’acqua.
Febbraio era il mese più folle nella vita di chi viveva in racconti di follia.
Il tremolio delle stelle di febbraio stupiva i miei occhi, la notte arrivava veloce invadendo le strade, avvolgendo di freddo la gente che svelta correva dentro i bracieri lasciati accesi , febbraio era il mese che mi regalava guance colorate di rosso, che dentro i suoi gelidi giorni conservava notti bollenti, colme di olio bollente. Nel  buio dei suoi giorni, rilucevano dolci dorati di zucchero e miele, vibravano profumi nascosti, e le sue alcove erano colme di grasse, soddisfatte risate; questo era il mio carnevale, quello che viveva dentro di me.
La gioia della gente, il suo correre lieto e festoso brillava nel mio cuore, vedevo coriandoli e stelle filanti volteggiare nell’aria tra spirali di mille colori per poi cadere dolcemente a terra in un fantasmagorico tappeto animato.
I dolci di carnevale erano di tre tipi: le sfingi, le sfogliatelle e i ravioli.
Parlare della loro croccantezza, del loro ripieno, del loro impasto, è già una goduria.
Le sfingi erano dei bioccoli di pasta lievitata, ma così lievitata che di più non si può. Dentro la credenza, fra gli altri tegami, era riposta una grande pentola, quella che in casa sta sempre conservata, perché la si usa raramente, solo ogni tanto, quando arrivano numerosi i parenti lontani e allora i chili di pasta si moltiplicano e le pentole devono essere belle cicciotte. Ma per carnevale questa pentola aveva il suo bel posto d’onore.
Bella grassa e lucente diventava la pentola delle sfingi. Nel suo ventre si conservava la bianca farina, che intrisa all’acqua e sfusa con tanto lievito quanto basta, lievitava, lievitava gonfiandosi a dismisura dopo che robuste braccia donnesche si erano alternate nello sbattere con furia satanica la pasta, che dentro la pentola gemeva, strappandosi e lacerandosi, riunendosi infine in massa sottile ed elastica, risolvendosi in madreperlacee bolle dalla pelle lucida per poi sfarsi nell’improvvisa botta violenta delle dita che attaccate alla mano, come una pala d’elica, imprimevano quel moto rotatorio che faceva gemere la pasta tutta.
Dopo un lungo ed infinito tempo di tortura, la pasta finalmente poteva riposare,  nessuno più l’avrebbe fatta piangere. La meschina, giù nel fondo, pensava che i suoi patimenti fossero finiti.
Con cura e con amore le donne pulivano braccia e mani dalla pasta che vi si era avvinta, lacerandosi in mille brandelli, il calore del vortice si era mescolato al calore delle braccia e con un coltello, dito dopo dito, si raschiava via la pasta e fin la più piccola briciola finiva lì dentro.
Poi la si incoperchiava avvolgendola con l’ampia tovaglia da tavolo, e le sue nocche venivano legate in cima ben strette proprio per non far scivolare via il coperchio che doveva aderire esattamente all’orlo della pignatta, dopo di che la si avvolgeva in una calda ed ampia coperta di lana e così tutta chiusa e protetta veniva nascosta dentro la profondità di un armadio. E che nessuno si azzardasse a toccarla o tanto meno ad aprire l’armadio, perché lì dentro nel buio e nel calore dei vestiti e dei legni ecco che la magia dava inizio al suo corso. La pasta lentamente si sistemava, si distendeva, cominciava a respirare, e ad ogni suo sussurro, ad ogni suo respiro ecco che si gonfiava si muoveva, viveva, era un mostro di favole antiche, era la palude appiccicosa che ingoiava principi e cavalieri, era una cosa viva e paurosa che sarebbe cresciuta, cresciuta e per questo bisognava tenerla stretta serrata, e lì si alzava, occupava tutta la pentola e bussava al coperchio lo si sentiva muovere e vacillare, ma era così legato stretto, che, la sua lievitazione avveniva tutta lì dentro, guai se si fosse aperto un varco, uno solo, piccolino, allora il bianco magma sarebbe fuggito e ci avrebbe mangiato tutti invece di stare lì a farsi mangiare trasformato in dolcissime sfingi.
Finalmente dopo ore di delirio, la pentola veniva presa, scoperchiata, e il coperchio si staccava a fatica, era diventato preda della vorace pasta che con mille dita lo teneva avvinghiato, ma il freddo esterno che improvviso l’avvolgeva, la rendeva più docile, non riusciva più a gonfiarsi perdeva lentamente le forze, stava a sdilinquirsi, scivolando nei suoi ultimi sospiri. Vicino a lei, sul fuoco, una padella colma d’olio fuso si divertiva a far rotolare miriadi di bollicine frizzanti, tutto era pronto. Con un cucchiaio tuffato nella pentola, si prendeva una noce di quella pasta e la si faceva scivolare nell’olio bollente e d’incanto la  piccola bianca noce si moltiplicava in una soffice e vaporosa palla dorata e le bollicine attorno a lei la facevano ridere a crepapelle e lei si girava e rigirava e più si girava e più si imbiondiva fino a che una paletta piena di piccoli buchi, con delicatezza la  tirava su facendo scivolare via il biondo umore, per poi  deporla sulla carta paglia, allora la si intingeva di zucchero e miele e il boccone prelibato era pronto per sciogliersi in bocca caldo e fragrante.
Un’altra classe di dolci troneggiava felicemente sul carnevale: erano le sfogliatelle e i ravioli, un’altro impasto circondava la loro magia: sodo e compatto come il sederino di un bimbo, era il risultato di un connubio strano ed affascinante. Dentro un cratere di bianca farina veniva posta una piccola massa densa e viscida, sembrava gelato caldo ma appena lo mettevi in mano ecco che si squagliava, il calore della pelle lo sfaceva, lucido e untuoso, lo strutto assorbiva farina inghiottendola, granello  dopo granello, per diventare esso stesso un panetto soffice e sodo.
Dopo un accurato e lento riposo, lo si deponeva sopra una spianatoia di biondo legno e le mani con un lungo e robusto matterello iniziavano un trucido balletto. Le anche, con ritmo lento e sicuro, andavano e venivano dal tavolo, il riflusso dell’onda seguiva il ritmo delle braccia che via via sempre più velocemente roteavano facendo scivolare il matterello, che con perizia e ferocia scivolava sulla pasta cercando di appiattirla, rotolandola di qua e di là, la assottigliava, la stendeva, ed essa si gonfiava ai bordi, moriva in centro, e riempiva la vastità della spianatoia fino a diventare un grande cerchio  materico, liscio e sottile.
E disco dopo disco, sfoglia dopo sfoglia,  una miscela di cannella e chiodi di garofano veniva sparsa su di essi, e la pila untuosa e profumata era pronta per essere arrotolata ed affettata in tanti dischetti rotondi, che sfrigolando, uno dopo l’altro dentro un’ampia padella, affogati nell’olio bollente, emanavano odori di mistico oriente.
I ravioli invece, conservavano un segreto. Dentro il loro pancino veniva nascosto un delizioso impasto. Una crema di ricotta e canditi, profumata all’arancia, era deposta nel centro del dischetto; dopo di chè lo si richiudeva e con i polpastrelli delle dita si schiacciavano morbidamente i suoi lembi, confusi fra loro in un bacio appassionato. Il prezioso cofanetto era così pronto per friggere beatamente, e un rovente abbraccio saldava questo fragante insieme di delizie.
Intanto i carnevali scorrevano attorno alla mia casa avvolgendola di profumi e stelle filanti, nell’aria impregnata di grasso i coriandoli volteggiavano lentamente sgrillettando scintille di colori, ma da noi non succedeva mai niente.
Le maschere giravano per le strade e tutti così camuffati si ammiravano a vicenda; la sera, essere triviali, a volte spuntavano improvvisi agli angoli delle vie e tutti sussultavano spaventandosi a vicenda, ma da noi non succedeva mai niente.
Il nostro carnevale scorreva sulle ali delle sfogliatelle e le bollicine d’olio erano le uniche a sfrigolare allegramente; le gioie e gli strilli non abitavano in quella casa, ed io guardavo con ansia stupefatta gli altri bimbi ridanciani che andavano in giro allegri e chiassosi.
A casa il carnevale veniva celebrato comprando e mangiando frittelle, certi anni, goduria delle godurie, li si preparava in casa e se ne facevano tanti, perché bisognava anche regalarli ad amici e parenti, ed era tutto un reciproco regalarsi, con le case che trasudavano olio profumato, con l’aria impregnata di zuccheri pregni d’aromi, e le nostre bocche fraganti di lucide briciole.
A volte mio padre tornava a casa la sera con in mano una guantiera tutta racchiusa nella sua bella carta da pasticceria, ed ecco che la serata, da monotona, prendeva l’abbrivio della felicità. Si apriva il pacco  e tanti soli dorati rilucevano dentro piccoli specchi di cristallo, il miele colava da ogni dolce, profumando le dita e rendendole piacevolmente appiccicose; ed era bello leccarsele ad una ad una, in quel momento nessuno vedeva nessuno, ognuno di noi era entrato nell’antro segreto dei suoi nascosti piaceri.
Ma quell’anno ci fu qualcosa di diverso, non so perché, non so per quale motivo,  quell’anno mia zia disse: ti faccio il costume di carnevale!
Non la maschera , che già di per se sarebbe stato qualcosa di molto eccitante, ma addirittura un intero costume di carnevale, un costume tutto mio, tutto per me; neppure le mie sorelle che erano così grandi avevano mai avuto un costume tutto per loro; una volta sì, lo ebbero, me lo ricordo perché le vidi nella foto, una per ciascuno, non so se fosse un costume di carnevale o un elegante abito da sera ma loro  stavano lì abbracciate ad una colonna con indosso un abito estremamente provocante. Sembravano dive del cinema, i capelli neri trattenuti in morbide ciocche, i visi tondi e paffuti, appena usciti dalla fase infantile, pronti a sorridere con la malizia della gioventù, il collo nudo pieno e rotondo, un accenno di seno fra le morbide pieghe del corpino e infine una lunga larga gonna piena di ruches. Doveva essere di un bel colore pastello perché le foto in bianco e nero rimandavano delicati bagliori perlacei. Ma quello che più mi mandava in visibilio era la mano che con tanta grazia sollevava un lembo dell’abito in una mossa leziosa e leggiadra, mettendo in risalto la bianca carnagione del braccio racchiuso in alto da una paffuta manichetta.
Per esaltare il tutto, il fotografo aveva ritoccato le foto colorandone le guance e rendendo vermiglie le labbra. Erano due strane foto di fanciulle appena sbocciate che mi facevano sognare: anch’io da grande sarei stata così bella, anzi di più.
Ed ecco che non dovevo più aspettare, non c’era bisogno di diventare grande, ora subito anch’io avrei avuto il mio abito pieno di ruches e di volant, che bello!
Eppure non potevo crederci, non era possibile, così divenni più seria e sospettosa; Ma mia zia,  insieme a zia lina, si mise all’opera.
Comprò carta su carta, quella riccia quella che si può sagomare, con forbici ed ago cominciarono a tagliare, cucire, arricciare. Dapprima fecero una tunica di raso lunga fino ai piedi e con le maniche, da mettere su di me, che ben vestita e coperta,  uscendo fuori non prendessi freddo. Quindi cominciarono a cucirle tutt’intorno volant su volant. Solo la parola volant mi faceva morire, adoravo i volant, tutte le mie principesse erano vestite di volant, le mie bambole erano piene di volant ed io stavo entrando nel loro mondo.  Le fanciulle dei miei film, prima di farsi rapire indossavano abiti pieni di volant, e tutto sfarfalleggiava attorno a noi bellissime.
Poi c’erano le prove ed ogni giorno quest’abito diventava sempre più bello, il rosso fuoco violaceo dell’abito si addiceva perfettamente a me, ai miei capelli neri che rilucevano biondi, ai miei occhi neri che riflettevano l’azzurro del cielo, alla mia pelle bianca, ero bionda come le mie bambole bionde. Infine potevo entrare dentro il mio mondo.
Quando l’abito fu pronto ci si accorse che mancavano ancora alcune cose: così ebbi un meraviglioso ombrellino di carta pur’esso viola, con il bordino frangiato di bianco che quando si apriva tingeva tutto di rosa, e io mi pavoneggiavo roteandolo  di qua e di là. Ma ancora mancava qualcosa: il cappellino! Così ne ebbi uno rivestito di lucida carta viola che messo in testa, leggermente inclinato, mi dava un’aria estremamente birichina, ma ci voleva pure la borsetta sennò dove mettere i coriandoli? Ed ebbi anch’essa,  naturalmente viola.
Il giorno di carnevale finalmente fui pronta, lo specchio rimandò l’immagine di una nanerottola violacea racchiusa in un bozzolo violaceo, gonfia di carta, con un buffo cappellino in testa e un ombrellino brandito in mano con cipiglio fiero e orgoglioso.
Ma non ero io quella. Dentro lo specchio vidi una leggiadra donnina appena uscita da un racconto fatato, uscita dal film appena visto con zi bastiano, uscita dai racconti di zia lina con i brividi che ancora mi serpeggiavano lungo la schiena. Ero io quella: la creatura magica avvolta dentro una spirale di ruches e volant pronta ad uscire , a pavoneggiarsi per la strada, la donnina che aveva raccolto l’allegra approvazione di zia lina.
Per l’età ero altina e il cappellino mi slanciava ancora di più; e mia zia decise di farmi fare una foto ricordo e addirittura mi truccò. Con il suo piccolo bagaglio di belletti fece di me una gran dama. Mi spolverò il viso con una cipria morbida e setosa  piena di un profumo che mi penetrò nelle nari permaendo i miei sensi di beata beatitudine; arrossò le mie guance con una polvere densa e rossa che a volte lei metteva sul suo viso, e le mie paffutissime  guance divennero deliziosamente rosate, con uno stecchetto di carbonella annerì le mie sopraciglia, e delizia delle delizie mi tinse le labbra. La mia bocca divenne scarlatta come quella del cinema a colori, e con uno smalto rosso ebbi le unghie delle grandi dive.
Allo specchio piacqui da morire perché mi rimandò un’immagine meravigliosa, gli occhi  sprizzavano felicità da tutti i pori, avrei voluto che tutto il mondo fosse venuto lì ad ammirarmi. Ero pronta per uscire, non mi vergognavo, non avevo paura, ero bella ero troppo bella, ero la donna dei miei sogni, tutta bruna bionda e rossa. Dal fotografo le foto vennero bellissime, io ridevo tutta e il suo lavoro fu facile.
Per il ritorno si imboccò una strada lunga e un po’ buia, una sola lampada tenuta da un esile filo, oscillava su in alto, le pareti delle case buie e silenziose accompagnavano il lungo corridoio di luce, si girò l’angolo e lo vidi venire incontro a me: il mio principe! Il principe della mia vita era lì, dietro l’angolo e mi sorrideva.
In mezzo,tra mia zia e mia sorella, c’ero io e lui guardava me, era l’uomo uscito dalle mie favole; camminava per davvero lì per strada, mi veniva incontro e sotto la maschera sapevo che mi stava sorridendo, guardava i miei occhi sgranati, la mia piccola bocca rossa socchiusa in un sorriso di meravigliosa beatitudine; e fece quello che ogni principe di favola avrebbe fatto incontrando la sua principessa.
Sulla testa portava un largo cappello piumato, con la mano guantata se lo tolse, e facendolo volteggiare nell’aria lo portò al petto inchinandosi profondamente davanti a me. Non ero sbalordita, ero estasiata, quando si sollevò io guardandolo con il viso raggiante di gioia gli feci il più grazioso degli inchini che damina avesse mai fatto al suo cavaliere.
Lui continuò la sua strada e mia zia e le mie sorelle incantate anch’esse dalla scena, mi tirarono via. Ma la nostra segreta felicità aveva toccato gli apici di tutti i carnevali futuri a venire.



                       

SAGGEZZA

CONFERME

El sueno de la razon produce monstros

CORNOVAGLIA

CORNOVAGLIA

STELLE D'ORO

S'è CAPITO CHE ADORO I MICI???????????????????


era una notte buia e tempestosa

OSCAR WILDE

Sogna come se dovesi vivere sempre, vivi come se dovessi morire oggi.
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Quando si è giovani si pensa che i soldi siano tutto, quando si è vecchi... si scopre che è così!
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La vita non è altro che un brutto quarto d'ora, composto da momenti squisiti
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É sempre con le migliori intenzioni che si sono prodotte le opere peggiori
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La vita è una cosa troppo seria perché si possa parlarne sul serio
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L'unico modo per liberarsi da una tentazione è cedervi

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ULISSE


Fatti non foste a viver come bruti
ma per seguir virtute e canoscenza"






e volta nostra poppa nel mattino
de’remi facemmo ali al folle volo,