domenica 30 ottobre 2011

Questi sono i dolci siciliani in uso per la festa dei morti:

LA GRANDE FESTA

Non mi ricordo se ho mai messo questo racconto, 


                   LA   GRANDE   FESTA


Il Viale dei Morti: dalla chiesa di San Domenico al cancello del Cimitero c’è una lunga strada, larga e comoda, sempre inondata di sole e di nuvole barocche.
 Nei suoi due lati, bellamente posizionati si adagiano maestosi alberi di robinie. Quasi nascosti dai tronchi e dalle  ampie chiome si dipanano due ridenti rosari di casettine, una fila a destra e una fila a sinistra; porte, finestre e balconi spalancano le loro bocche e i panni stesi sono sciorinati nell’aria limpida che, da un lontano orizzonte di verde, sale su verso la città. Le canzoni, i bimbi, i cani, hanno suoni che inondano l’aria, pezzi di campagna si stendono dietro le case dove gli orti, i polli, i conigli e gli asini vi crescono e vi trovano confortevole rifugio.
Ho sempre invidiato questi strani cittadini che con la morte da secoli tessono un intimo rapporto feriale, di giorni vissuti tranquillamente intanto che la piena del dolore passa in mezzo alla loro vita.
Cinquecento metri è il percorso che la città offre all’ultima passeggiata, scende direttamente giù al cimitero arrivando all’estremo baluardo; è come una freccia, che lanciata nel vuoto, protesa nell’aria, è sostenuta da una terra che della sua ondulazione   ne fa punto d’orgoglio.
Un giallo brullo ed arido riempie la terra per tutta l’estate; ma ottobre, che nei suoi morenti languori trionfa sulla nascita di un gelido novembre, si fa trovare intensamente verde; e una sinuosa lussureggiante primavera sposa l’autunno dei nostri sogni. In un connubio confuso di dolci colori, gli azzurri e i rossi tramonti tingono di viola le colline sprofondate in un verde inchiostro notturno.
 Gli orti e gli alberi e persino i fiori indossano gale di lucida pioggia. Le grandi Robinie dalla lussureggiante chioma hanno grossi tronchi contorti, pieni di gobbe nodose e di voragini dove i morti giocano lietamente a nascondino.
Lungo la strada ci sono artigiani che lavorano il marmo e il legno e i fiori; scolpiscono bianche lapidi per noi, così passando piano piano cominciamo a sognare sotto a quali fantastiche ali vorremmo nascondere il nostro riposo. E piano piano cominciamo ad affezionarci a questi letti di legno ripieni di soffice seta, e dentro ci nasce il desiderio per i fiori della nostra passione.
Questo pezzo di città è il quartiere degli Angeli, e il piccolo viale è dedicato ai vivi che scendono dolcemente rassegnati verso il pozzo profondo dei propri ricordi; e noi qui siamo i futuri angeli che abiteranno quella Rupe. Cinquecento metri di strada! E quanta la folla che l’ha percorsa aspettando il proprio turno, per fermarsi là dentro e poi più proseguire.
Un tapy-roulant pieno di sole e di verde scivola ininterrottamente giù, sempre più giù, e tu stai li sopra e speri che il tuo pezzetto di spazio sia il più lento di tutti. Dopo aver compiuto i cinquant’anni questo è di diritto il proprio posto. Ci si vive e ci si invecchia intanto che la vita sgrana i suoi piaceri e i suoi dolori. Ma a volte succede un subbuglio improvviso e tutti si spostano, fanno spazio: ospiti inattesi arrivano, correndo e vociando. Sono giovani, bambini, gente che non ha nessun diritto di stare lì, eppure corrono  da matti per infilarsi in quel cancello e prendere un posto che ancora non è stato neppure pensato dai loro parenti.                                                            Quando ottobre stava per finire, novembre si avvicinava; il nostro novembre era un mese con la punta dei suoi giorni scintillante come una cometa. Tra ottobre e novembre non sai quanto dell’uno o dell’altro, scoppiava la festa multiforme e multi colorata dei morti. In certi anni, certi soli rendevano tutto più caldo e vibrante; in certi anni, certe brume e certe piogge coi loro gelidi freddi, rari per i nostri Autunni, facevano brillare ancora di più lo scintillio degli ori, e il crepitio delle candele e i profumi dei fiori che volando  basso inebriavano l’orlo dei  nostri vestiti.
Nel denso grigio bluastro, i caldi colori del nostro cimitero si fondevano dentro un’acqua che faceva fiorire ampi tappeti di muschio smeraldino. Nell’umido grigiore persino i poveri facevano più pena, stavano lungo il viale della morte, ospiti accettati, rannicchiati a terra, in fila indiana uno dopo l’altro, e un lungo corteo di mani aperte ci accompagnava fino al cancello, e i sussurri della gente venivano coperti dalle loro benedizioni per quelle monetine che solo in quei giorni cadevano a fiotti, forse per ingraziarsi un al di là avido di buone azioni.                               Ottobre e l’aria dolce e frizzantina comincia ad annunciare l’arrivo della Grande Festa. E’ già passato un mese dalla esuberante sbornia della fiera paesana, le scuole si sono riaperte e i ragazzi hanno ripreso i loro posti dentro le stesse aule; cosicché gli adulti possono dedicare i giorni dell’ultima settimana ai grandi preparativi.
Ci sono tante cose da fare: andare al cimitero e pulire le tombe, che grandi o piccole che siano, tutte richiedono lo stesso lasso di  tempo. Bisogna lavare i marmi, renderli lucidi e brillanti, togliere via i fiori secchi perchè dopo un anno o due,  il ricordo si affievolisce, le emozioni si placano e lentamente i grovigli dei pensieri si allontanano, le visite si diradano e i fiori  rimangono cupi testimoni di antiche pene. Tutto deve essere nuovo e fresco per la festa che si avvicina, il dolore rinverdisce mette nuove  radici, e tenere foglioline di un pianto riscoperto testimoniano, che giù in fondo al cuore, i morticini hanno sempre avuto un segreto rifugio.
Dalle fontanelle pregne di soffice muschio, l’acqua cristallina scroscia dentro vasi sciacquati e risciacquati. Si buttano le vecchie candele mummificate dall’umido caldo cimiteriale e se ne mettono di nuove, odorose di cera, dalle squillanti fiamme sprigionatesi da pimpanti stoppini. Si controllano e si sistemano lampadine di ogni ordine e grado, luci eterne che tremolano notte e giorno senza soffrire ai rabbuffi del vento. Si spazza a terra e secchiate d’acqua portano via la polvere delle stagioni.
Sembra facile e sbrigativo portare a termine questi lavoretti, ma non è così; sono lavori lunghi e faticosi che opprimono l’anima e il corpo. Una cappa di tristezza attanaglia i movimenti rendendo ogni gesto lento e penoso. Spolverare un pezzo di marmo con la foto della cara persona, richiede tempo, tempo dedicato ai ricordi, di quella volta, di come morì, del perché, del vuoto lasciato dentro di noi, delle domande che il morto fa ad ogni nostro gesto, per ogni nostro sguardo; è lì da solo che pensa e quando noi arriviamo vuole il racconto dettagliato dei nostri giorni, vuole seguire il filo dei nostri pensieri.
E le donne spolverano e raccontano, ogni passata di straccio è una carezza, un contatto che penetra dentro la carne fredda del marmo, gli occhi vitrei ci guardano, seguono il nostro dolore, partecipano alla gioia dei nostri racconti, a volte felici.
E nella litania dei rosari sgranati, chicco dopo chicco si nascondono parole di conforto, le cantilene e i gesti si susseguono con un ritmo sincopato, sembra che il cuore caldo e vibrante si mischi e si confonda con la gialla pietra di Sabucina, e dentro i suoi mille sfaccettii di luce si  nascondono  le scaglie dorate dei nostri ricordi.
I fiori, dentro i vasi; sugli altarini le candide tovaglie ricamate; le odorose candele, tutto deve essere scenograficamente sistemato; al via vai dei dolenti e degli amici che passano per posare un fiore, si  trasmette l’affetto della famiglia e la qualità del proprio  stato sociale.
Intanto che si scende giù e ci si inoltra presso il dedalo di stradine, e intanto che  si torna su e ci si districa nelle anse curvilinee dei suoi gironi,  l’ emozione, il groppo in gola, il groviglio dei ricordi, rallenta, sfuma, si dipana nell’abitudine; e si guardano altre tombe e si notano visi, nuovi, per quelle cornici.
Gente con la quale abbiamo chiacchierato e sorriso, che fino a poco tempo fa abbiamo odiato e amato, gente che ci ha  invidiato e oltraggiato,  ora e lì, ferma e immobile, in nostro potere. Gente che avremmo voluto vedere strisciare ai nostri piedi, ora striscia la notte di tomba in tomba nella malvagia quiete di chi non può più nuocere.
In quei giorni nel recarsi al cimitero, si diventa parte integrante di una coreografia funeraria; ogni famiglia ha vissuto tristi lutti dentro le sue mura e gli armadi conservano ancora abiti eleganti e sobri, bei completi neri  che durante le ore di veglia parenti vari si sono affrettati a scegliere per te. Mani sapienti hanno racchiuso in ordine compatto i fili dei nostri capelli e come le greche piangenti di Ruvo,  dagli occhi gonfi di pianto con i fazzoletti intrisi di lacrime e profumi, le dolenti inseguendo la nenia del lamento, ondeggiano graziosamente le loro testine. E sul pallore di tanto dolore una meravigliosa e vivida ferita spicca tra le gramaglie scure: due labruzze rosse di minio brillano sotto le ciglia umide di pianto.
La scia profumata del nostro dolore lascia una traccia inconfondibile tra nubi di fiori e fumi d’incenso mischiandosi all’acre sapore della cera bruciata.
C’erano degli anni in cui un freddo gelido saliva su dalla valle e attorcigliandosi per  tutto il cimitero rendeva gelido ogni passo;  la città era scossa da lunghi brividi ed un vapore acquoso trasudava dalle sue mura; dentro ogni casa, pentole stracolme bollivano e ribollivano borbottando ceci e ammorbidendo frumento: era la Cuccia che cuoceva per ore  in attesa del grande ritorno.
In quei giorni, con la pioggia che rendeva viscido ogni passo, con i fiori che emanavano profumo di muffa, con il freddo che avvolgendo ogni tomba scivolava dentro le nostre ossa, il ritorno a casa si trasformava in un caldo abbraccio. Navigando per ogni stanza, una nebbiolina leggera impregnava del suo profumo tutto quello che incontrava; in cucina sulla tavola fumavano pile di ciotole, ceci e frumento come bionde pepite dorate  occhieggiavano dentro un viscido mare di vergine olio.
 Montagne di grani  erano circondati da saporosi brodi, danteschi piatti affogati dentro sorsate di buon vino rosso, facevano tornare la vita sulla pelle viva; e tuffavi il cucchiaio e ti riempivi la bocca di piccoli e grassottelli chicchi che sotto i denti si sfacevano come morbido velluto. Pezzi di pane si imbevevano profumando ogni fibra mollicosa e tutto finiva dentro una pancia avida, pronta, come l’antro di ali babà, a ricevere tutto quell’oro profumato.
 Come una spirale, che dai larghi giorni di ottobre scivola  verso l’ultima settimana, restringendosi fino all’apice del due novembre, allora tutte le nostre famiglie passano da questo giardino incantato; è più bello della Villa Amedeo e della Villa Cordova messe insieme. Qui è un tripudio di verdi, ci sono enormi Cipressi dalle  tonde bacche dorate, brune fiaccole falliche, onore di Venere, simboli di godurie future. Gerani iperbolici crescono in piena terra travalicando i confini di piante per diventare cespugli di sanguinolenti petali. Gelsomini pregni di bianchi bagliori si inerpicano rigogliosi, si nascondono fra buie terre per poi apparire ebbri di fiori là dove non esiste nessuna pianta piantata. Ed  una profusione di chiome arboree regala ombre profumate.
Un umore assordante inebria il costone dei passi futuri; le piccole case dei dormienti brillano al sole; la pietra di Sabucina è profusa a sazietà: La ricchezza dello zolfo inventò per i ricchi signori, ampie domus gloriose, piene di volute e di marmi e di ferro; scalpellini e muratori, fabbri e marmisti, adornarono il giardino dell’Ade con tempietti deliziosamente pomposi. Anche per i poveri la pietra di Sabucina regnò in abbondanza, anticipando la semplicità misterica di metafisiche linee di fuga. Si sbancò la collina che poggiava sugli  atavici ruderi del Castello di Pietrarossa, e il giardino dell’Eden fu pronto ad accogliere per l’ultima volta i mangiatori di pomi.
Con il suo carico di paura e di magia, puntuale arrivava la sera del primo di novembre. Era una sera quella in cui nessun bambino osava porre il più piccolo capriccio, ci si coricava  il  più presto possibile, e le coperte sopra le lenzuola  venivano tirate su fin sopra i capelli, non si voleva sentire  e non si voleva vedere: quella era la notte dei morti, ed anche i grandi dopo un po’ erano a letto.
 La casa era pronta nel silenzio più assoluto per ricevere gli strani ospiti che dopo la mezzanotte si sarebbero infilati nel buco della serratura per portare doni  a tutti i loro bimbi.
C’era un ordine non detto che tutti dovevamo  rispettare: nessuna persona umana, grande o piccina doveva vedere o sentire. I bambini soffocati sotto le coltri non sentivano passi furtivi entrare e uscire dalle stanze, non si udivano i cassetti o le ante dei mobili scricchiolare leggermente o il prillio dei giocattoli avvolti da stagnole elettrizzate dentro nastri variopinti; nè il rotolio dei dolcetti, allegramente sparsi negli angoli più impensati della casa. A volte nell’aria vibravano strani sussurri, veloci borbottii, e se stavi ben attento, anche dentro la tua stanza, quasi a sfiorare il letto, c’erano strani rumori; ma non si aveva il coraggio di tirare fuori un’ occhio per cercare di scoprire se era stato il nonno morto anni fa, o quella bisnonna che affettuosamente da sempre ti guarda da antiche foto ingiallite.
Allora non c’era la tv a riempirti di dubbi, e la nostra festa, dalle antiche radici, era arrivata persino a New York attraverso il filo dei nostri lontani parenti. Ma qui la nostra isola viveva ancora dentro i suoi misteri; le antiche religioni, portate da padri diversi, regnavano ancora in una felice commistione di sacro e di profano. Lo sfrenato erotismo di antiche sacralità; i voraci cannibalismi ammantati da sacri riti nati dentro grotte misteriche, come uteri terreni facevano nascere contatti divini. Nell’anima vergine dell’uomo isolano tutto vi era rimasto fermo e il mare proteggeva le nuove religioni che avevano tutto il tempo di insediarsi e sposare le vecchie abitudini. Lentamente si partorivano nuovi terrori e nuovi dei, fino all’arrivo di altre navi e altri predoni; e così un carico pieno di religioni come una palla di sole sfaccettato dominava l’animo della mia gente. Lo stretto di Messina ci faceva da baluardo e l’Italia era ancora immune dalle nostre tradizioni.
I bambini per anni potevano crescere nella beata illusione che i nostri morti quella notte, solo per quella notte, da un Dio pietoso avevano ricevuto il permesso di scendere giù , e con la tenera passione di un Ulisse, questa volta sono i morti che possono visitare i loro cari, con il tacito patto che i propri piccoli figli dormano e tacciano in questa allegra scorribanda notturna.
La città immersa nel  buio  carico di stelle, offre le sue strade alla luce dei negozi che a  porte spalancate espongono rutilanti giocattoli. Non ci sono  venditori e gli Ospiti furtivamente si aggirano fra strade e negozi scegliendo dolci e giocattoli da portare in dono. E i bambini sprofondati in un sonno denso di paura e di  ansia, dormendo sognano  il loro risveglio. Cosa avranno portato quegli antichi nonni? sarà arrivato fin lassù  il desiderio del loro nipotino che assieme ai  genitori quella mattina aveva tanto pregato per avere il suo nuovo giocattolo, promettendo in cambio un'intero  anno di bontà; altrimenti nessun nonno si sarebbe infilato per il buco della serratura con il suo carico di doni. E dove avranno nascosto la bambola, il trenino e i dolci?                 Ci sarebbero stati tutti i dolci voluti e tutti i giocattoli sognati?
Finalmente dopo una lunga e travagliata notte, arriva il due novembre: ed ecco scatenarsi l’inizio della grande caccia; sotto il letto, dentro l’armadio o nella credenza e dietro i libri o nella pentola o sopra la mensola, dappertutto poteva nascondersi un giocattolo, ogni ciotola poteva contenere pasticcini e caramelle ed allora bisognava cercare e cercare. Ma le prime cose facili da trovare erano sempre castagne cotte e fichi secchi, e i bimbi quasi quasi piangevano dopo averne masticato un po’; ma poi erano strilli di gioia ogni volta che un giocattolo rumoreggiando dal suo nascondiglio guidava il bimbo verso il suo possesso. E  con le braccia cariche di dolci correvano da una casa all’altra pazzi di gioia per i grandi ritrovamenti. In quegli anni i morti erano gli unici esseri magici a regalare doni ai nostri bambini.
Le strade e le piazze venivano addobbate con file e file di bancarelle stracolme di delizie e riluccicanti di brillii. Ogni negozio e ogni  bancarella rigurgitava di pasta di mandorle e la pasta reale in quell’occasione poteva veramente dirsi degna d’una mensa regale. Pesche, mele, susine, uva: c’era tutta la frutta dell’Universo intero, il paradiso terrestre improvvisamente si era riversato sulla nostra città. Frutti maturi al punto giusto riempivano cassette su cassette.
 I fichi avevano una dolcissima bocca appena socchiusa, piena di rosse vibrazioni che dall’arancio all’amaranto scendevano giù nella profonda gola di un cupo viola; verdi foglioline racchiudevano fragole lucide e succulente appena raccolte da un sottobosco odoroso di muschio, e i fichi d’india pieni di dolci spinette, e le albicocche, le pesche, le susine con le guanciotte teneramente rosa, vellutate come la pelle di un bimbo; e le castagne, le arance, i mandarini e le mandorle di un verde squisitamente giovane, e tutta questa frutta era circondata da una iridescente pagliuzza tremolante nei suoi nivei candori.
Dentro grotte misteriose i maghi pasticceri profondevano una cura infinita nel realizzare quei meravigliosi bocconcini che dentro le nostre bocche sprigionavano l’aroma e il sapore di un frutto appena colto dall’albero delle delizie.
Dietro le ceste della frutta, i pupi di zucchero rapivano gli sguardi dei bimbi e la bramosia dei grandi. Dame e cavalieri erano appena scesi dalla favola magica che la più sfrenata fantasia avesse potuto inventare. Nessuna fiaba già raccontata, nessuna realtà già vissuta era rappresentata in queste statuine; essi erano i personaggi dei nostri sogni, con gli abiti rilucenti, con i fantastici cappelli piumati e con le scarpette appena accennate in un passo forse di danza. E lo zucchero scintillava davanti ai nostri occhi come una polvere che impalpabile e immobile disperdeva nell’aria la follia del suo silenzioso racconto.
La corsa sfrenata dei cavalieri era bloccata dallo zoccolo di un minaccioso cavallo che criniera al vento nitriva dentro la sua corazza zuccherina; gentiluomini, vestiti a festa si inchinavano galantemente dinanzi a rubizze contadinotte, fanciulle giardiniere recavano ceste di fiori e di frutta;  riccioli biondi e cappellini vezzosi,  corpettini birichini e sottane svolazzanti, prodigiose ballerine che in una eterna piroetta vibravano immobili sulle loro punte.
Bellissime statuine non di bisquit ma di zucchero rappresentavano la realtà amara e infinita dei nostri desideri, erano i simulacri del piacere, davanti ai nostri occhi brillava una goduria sibaritica ma dietro ad essa c’era un racconto finito, la statuina, come un’orbita vuota, rivestiva di bianco una lattiginosa realtà; la sua verità  era solo un pezzo di zucchero che ben presto sarebbe finito, pezzetto dopo pezzetto, nella ciotola del latte mattutino.
Con sadico piacere e sotterraneo orrore, smembrando smembrando, seni gambe teste, e piume spade cappelli, zoccoli, criniere, languidi occhi e tenere manine,  deliziose boccucce e spavalde testine, tutto si sarebbe liquefatto desolatamente mattina dopo mattina dentro pozze di latte. E le bocche inebriate dal dolce profumo squittivano di piacere nel suggere tanta dolcezza.
Ma una fine ancora più atroce veniva riservata ad alcune di loro: essere infranto, disperso tra lo scintillio di mille pezzetti. E la principessa dopo un oh! di meraviglia sentiva andare in frantumi tutta la bellezza e l’eleganza del suo essere fatato. E nessuno raccogliendone i cocci avrebbe mai potuto riassembrarli, così si raccattavano quei pezzi di caldo ghiaccio profumato e la dolce fanciulla, zucchero dopo zucchero, si sarebbe squagliata  dentro le bocche di tutta la famiglia.
C’era un’usanza in quegli anni: il giorno dei morti il fidanzato regalava alla fidanzata un bel cestino addobbato con frutta di martorana e pupi di zucchero. Ed il cestino molte volte aveva avuto il privilegio di non essere disfatto, troneggiava anno dopo anno sopra o dentro un mobile, in bella vista; e c’erano pupi di zucchero di squisita fattura, che dentro la loro carta trasparente, seguivano la vita e la storia della  famiglia. Non si scioglievano e non andavano a male, e forse di notte, nel buio, ogni tanto sgranchivano un po’ le loro ossa cristalline; ma erano un ricordo, e nessuno osava mangiarli o distruggerli, accuratamente conservati si disperdevano nella polvere del tempo.
 Anche a casa mia c’è un pupo di zucchero, e non saprò mai quale sarà la sua fine. Dentro la sua carta, nell’angolo di sua proprietà, sono secoli che segue la mia vita e spero che continuerà a seguirla per altri secoli ancora.




SAGGEZZA

CONFERME

El sueno de la razon produce monstros

CORNOVAGLIA

CORNOVAGLIA

STELLE D'ORO

S'è CAPITO CHE ADORO I MICI???????????????????


era una notte buia e tempestosa

OSCAR WILDE

Sogna come se dovesi vivere sempre, vivi come se dovessi morire oggi.
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Quando si è giovani si pensa che i soldi siano tutto, quando si è vecchi... si scopre che è così!
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La vita non è altro che un brutto quarto d'ora, composto da momenti squisiti
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É sempre con le migliori intenzioni che si sono prodotte le opere peggiori
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La vita è una cosa troppo seria perché si possa parlarne sul serio
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L'unico modo per liberarsi da una tentazione è cedervi

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ULISSE


Fatti non foste a viver come bruti
ma per seguir virtute e canoscenza"






e volta nostra poppa nel mattino
de’remi facemmo ali al folle volo,