mercoledì 27 ottobre 2010

QUARTIERE

                                           



Donne sfatte
donne grasse
consumate
usate
sfinite.
Vanno
una dietro l'altra
parlando ridendo.
Gambe larghe
bocche asciutte.
Si raccontano
delle pipì dei detersivi.
Seni piatti gonfi secchi
fianchi amorfi.
Soddisfatte si salutano
raccolgono i figli la spesa
e poi a morire
sulle cucine sui piatti
sui televisori.
I letti li usano
per abbattersi un momento
una notte
e poi basta.
Donne sfatte
sfinite
consumate.

LUNGO RIGHE PARALLELE



                        LUNGO  RIGHE  PARALLELE


Un bisogno aspro
tira le mie dita
l'ansia scivola
in una trasmissione di segni
come un riprendere di pienezza.
Ora con il distacco inconsapevole
con la lontananza della certezza
richiudi i gusci di una conchiglia.
A spirali si svolge la mia mente
lungo righe parallele
spezzate dalla certezza,
piegate,
con dolorosa astensione
si riconciliano
alla quotidiana lotta di vivere.
Questo ebbro bisogno di parole
che le una sulle latre
me le fa accavallare
che fanno sentire chiuso
un periodo di vita
che danno sfogo 
allo strappo doloroso
delle mie fantasie
si accavallano come lune turbinanti
come sogni impazziti.
Riposo.
è giunta l'ora della rientranza
è giunto il fine del lungo ed agile 
rettilineo
sta a noi 
affrontare i gomiti e le anse
le piene curvature
dei nostri colloqui.
Finito l'abbandono
al dolce conoscersi.

venerdì 22 ottobre 2010



Ho trovato questo micio, dolce magico e inquietante
come i moti dell'animo.
spero si trovi bene dentro questo cielo senza tempo.     


           
                                       

mercoledì 20 ottobre 2010

POESIA

POESIA  D' AMORE
in febbraio
un filo di luna si ghiaccia
ed il cielo è pieno di stelle.
Poesia d'amore.
Febbraio:
il cielo di notte limpido.
Febbraio:
con stelle che più di ghiaccio
sembrano parole
e poesie d'amore
con parole d'amore
e sogni d'amore
e occhi d'amore
e bocche d'amore.
sulle pietre
sulle foglie
sui colori.
e la notte rotola sulle nostre rabbie.







giovedì 14 ottobre 2010

giovedì 7 ottobre 2010

LE FAVOLE

                                                     LE  FAVOLE 

Quando non andavo al cinema, zia lina per tenermi buona mi raccontava le sue favole. Le mie sorelle, certe sere, ogni tanto, andavano al cinema con le amiche e i loro ragazzi, e non volevano che una mocciosetta come me ronzasse loro attorno; io capivo bene che erano dirette al cinema, avevo afferrato le loro mezze parole, i loro sussurri, avevo visto i loro preparativi. L’aria tutt’intorno puzzava di cipria e profumi, di lacca e rossetti, fruscii di sottane, tacchettii di tacchi a spillo, e loro due pronte, prima dell’imbrunire, tutto ciò si chiamava cinema. 
E zia Lina era la consolatrice dei miei pianti: ti cuntu un cuntu! Il suo dialetto, ingentilito  dalle scuole elementari, cominciava sempre così, ed io mi racconsolavo.
Dentro la sua testa, una miriade di favole, sfarfalleggiavano pronte a venire fuori; erano una e tante, ed una più bella dell’altra; e quella sua parlata lenta e suadente piano piano mi faceva entrare dentro la magia di quel mondo fatato.
Un mondo mostruoso dove il sortilegio e la crudeltà, il sadismo e le azioni truculenti, regnavano sovrani; le sue favole non le aveva imparate dai libri, e non erano quelle che ti insegnavano a scuola.
 Queste erano favole strane che le erano state raccontate da bambina, da sua nonna e dalla nonna di sua nonna.
Nelle sere, le comari del vicinato se le erano sussurrate; aleggiavano fuori dai crocchi delle ragazze che, chine sulle stoffe da ricamare, con gli occhi dei sogni seguivano il filo dei loro desideri.
C’era una marea di favole pronte ad asciugare ogni mia lacrima.
E lei cominciava con calma e con indifferenza, come stesse parlando di cose comuni o dei fatti del giorno, quel suono ipnotico e tumultuoso mi faceva entrare dentro gli incanti di quel mondo fatato. Si scioglievano dentro la sua bocca legami di fuoco, principi e cavalieri dalla giostra dei suoi denti scivolavano giù, con spade intrise di sangue correvano verso inimmaginabili pericoli, bellissime pastore scivolavano dal velluto della sua rosea lingua per adagiarsi su campi di verde smeraldo, con verghe fiorite guidavano il loro gregge e l’ira funesta dei maghi intrideva d’orrore l’ameno paesaggio.
Appena nati, innocenti pargoli, venivano immolati su statue di candido marmo; e intanto che il sangue dei bimbi, ancora di un rosso rosato, scorreva lungo le pieghe della dura pietra, freddi brividi serpeggiavano sulla mia schiena e voci lontane parlottando tra loro sussurravano scene d’ordinario orrore: neri cavalieri, draghi sputafuoco, e striscianti serpenti pregni di velenosa malia; per tre notti, essi avrebbero ucciso la bella pastora. Per chi avesse ascoltato, e per chi avesse riferito, ad esso erano rivolte le parole del suo futuro: statua di marmo diventerai!
E chi avrebbe ucciso? quale re avrebbe sacrificato i suoi piccoli figli innocenti.
L’amico del suo cuore, quello che uccide tutti i pericoli, quello che accusato di terribili infamie sarà condannato a rivelare quei segreti che: statua di marmo diventerai!  E il sangue scorre sulla fredda pietra e la scalda, la impregna fino a quando la vita passa dai fanciulli all’amico e per magia ritorna agli infanti, per vivere, alla fine, tutti  felici e contenti.
Come i grani di un brillante rosario, le favole di zia lina continuavano ad intessere argentee trame dentro al limbo del miei sogni.
Quale fanciulla si sarebbe arrampicata sopra un immenso ammasso di montagna impastata di aguzzissimi vetri taglienti, cosparsi di biondo viscido sapone. La montagna di notte, alla luce della luna, saettava fredde lame d’azzurro intersecate da biondi bagliori. E lei, lacera e ferita, dopo essere arrivata in cima, ecco che il ghigno del mago l’avrebbe precipitata giù ! e di nuovo a scalare la montagna, per tre volte, e per tre volte sarebbe stato messo alla prova il suo coraggio, ma come si sarebbe potuta superare una montagna così tagliente se non con la forza dell’ amore per un principe che, biondo ed azzurro, attendeva nei sogni di perse fanciulle.
Ed io continuavo a sognare, a volere racconti su racconti, la cucina stendeva le sue pareti, si allargava, diventava enorme. I bollori delle pentole, i fumi dell’acqua, le vampe dei fornelli, tutto rumoreggiava sinistramente, dalle bocche spalancate delle credenze, sghignazzavano tazze e bicchieri, rimandando luccicori sinistri.
 Le posate rumoreggiavano dentro le sue mani nel cozzare delle armi, e l’acqua scrosciando precipitava profondamente nel lavello, cercando di affogare fanciulle ed eroi che, persi tra boschi di cavoli e cuori di lattughe, affrontavano gli enormi draghi dalle lunghe corna che come lumache portavano addosso un groviglio di squame. Lunghi vermi colorati, e infiniti mostriciattoli, tra una foglia e l’altra nascondevano il loro vero essere di maghi e megere. Ai raggi del sole morente, sui rossi sanguigni dei neri tramonti, lì si accoppiava il cuore della favola, il mistero misterioso che ancora insidiava la vita degli eroi; e quando zia lina nel buio più pesto accendendo la luce, risvegliava la sua natura umana, i cattivi erano già stati puniti e i principotti potevano finalmente fondersi dentro il dolce sapore del te che inzuppava i miei biscotti.


mercoledì 6 ottobre 2010

Fiele dolce di miele





Questo aprile non è più l’aprile di una volta, questi giorni non sono più i giorni di una volta, allora sì che in aprile era dolce dormire; allora, in aprile in certi giorni cadeva la neve, ma non si vedeva, e certi giorni camminavi e l’aria profumava per le robinie scoppiate all’improvviso.

E le ginestre tingevano di giallo i muri e le siepi, le margherite, dalle chiome dorate, attiravano miriadi di mosconi e di coccinelle e di vespe e di api e di farfalle; una volta l’Aprile era tutto un fermento; passavi da un marzo imbroglione e selvaggio dai venti irruenti, dai forti acquazzoni, dalle stilettate di sole impazzito, per arrivare al dolce Aprile perfido e silenzioso come il veleno profumato di certi fiori.
L’Aprile era una promessa di vita e di verde, mai e poi mai avresti pensato che dopo maggio, tutto si sarebbe trasformato in gialla sterpaglia, ma allora i miei aprili erano tutto questo. 

Oggi no, oggi per sentire il profumo dei fiori ci devo cacciare il naso dentro, e non dormo più fra le sue braccia. 
Oggi l’aprile sta diventando uno dei tanti nomi attaccati al calendario. Il mio balcone me lo racconta sì che è aprile, lui è tutto un subbuglio di foglie di fiori, è sempre arso di sete; chiedono acqua e sbocciano e crescono si inerpicano; ed io allora mi dico che sì siamo ancora in aprile, sono io che cambio, che mi trasformo giorno dopo giorno, mese ed anno. 

Ogni passo che faccio, ogni gesto, ogni tutto del mio corpo non è più quello di una volta;
voglio seguirlo, accompagnarlo e bere, goccia dopo goccia, questo fiele dolce come il miele; un fiele di vita che sta trascorrendo, si sta trasformando in tanti fili di tenebra.

Le donne della mia famiglia ci sono tutte,  dalla prima nata di questo maggio, alla prima nata di tanti ottanta ieri fa, e nelle lunghe età della nostra vita, ci sono pure la seconda parte dei miei secondi quarant’anni.







martedì 5 ottobre 2010

Leone e la gazella imbranato

LO SPECCHIO

La mattina, appena alzata, è bello specchiarsi e darsi il buongiorno piacevolmente stupita dall’immagine nitida e bella che lo specchio, come pezzo di diamante, rifrangendosi in se stesso, nitidamente ti rimanda.

E’ bello vedere la propria immagine sciogliersi dentro quel lago d’acqua limpida, ed entrare dentro quella superficie morbida e duttile, come l’oro bianco.

Un mercurio fermo e falso, come i commerci del suo dio; un dio capriccioso e bizzarro, che negli anni si è divertito a mutare la me stessa.
 Piccolina e poi cresciutella; sempre bella, bellissima.
Ed egli passa le sue mani sul mio viso, con le dita argentee e setose sfiora il mio corpo, non tralascia nessuna curva, nessuna sinuosità, e si diletta nel mostrarmi un’immagine piena e desiderosa, pelle vellutata, incantata;
d’estate, d’inverno, sempre il vestito della mia pelle risplende di luce propria, il sole dell’estate l’arrossa dolcemente, mi diventa nera scura bruna dolcissimamente affocata, i capelli lunghi e setosi; gli occhi grandi enormi cigliati, le labbra tumide e rosa. 

Mi vedo giovane e bella, e per sempre e per tutta l’eternità, e mi piaccio. Per anni e anni e anni, il mio specchio fedele, si diletta, e io con lui.
Ma noi donne sappiamo di tutto questo, la dolce gioventù macina desideri irresistibili, terrori, angosce, paure, e tutto ci ruota attorno, in un vortice lento si inabissano le nostre paure, e si cresce, si cresce perdendoci nei nostri sogni.
Poi, piano piano, lo specchio comincia a muoversi, impercettibilmente, quasi per caso; il mercurio, un giorno, ondeggia un poco di quà, un poco di là, e la mia immagine con lui.
Dispettoso il giovane Dio, struscia le sue ali sulla superficie dello specchio e la mia pelle va in frantumi.
Un giorno per caso, dentro lo specchio mi sembra di scorgere le mie sorelle, ma proprio in quel momento loro non sono in casa, e loro sono più grandi di me, e la nostra somiglianza è sempre stata molto vaga; un giorno per caso hanno detto che si capisce che siamo sorelle. 

Come una pazza sono corsa a casa, davanti allo specchio; ma no ! c’è qualcosa di vago, di lontano, certo sono le mie sorelle! Diciamo che l’aria di famiglia comincia a viaggiare anche su di me, e un giorno per caso mi hanno rassicurata, si la gente ancora pensa che io sia la figlia dell’una o dell’altra, ah! Ecco dov’era la somiglianza. Specchio, specchio delle mie brame, ti prego non tradirmi.

Passa il tempo, e un giorno per caso ci vedo qualcosa, lì dentro, che mi ricorda una mia zia; ma se mi fermo e mi guardo, la me stessa di sempre mi guarda smarrita, cosa sta succedendo?!?!...

Un giorno per caso e ancora di corsa, vedo una donna strana e matura che getta uno sguardo di sbieco e fugge via.
Ma chi è quella là?
Tante donne, giorno dopo giorno, mi osservano da lì dentro, tutte diverse, tutte mutevoli.

La sempre Lei, la bellissima, uguale sempre uguale;
adesso è sempre diversa, diversa, diversa.
Il caldo, il freddo, la stanchezza, il sonno, le emozioni, l’alba del mattino appena alzata, la notte prima di dormire, tornare a casa con i pesi della spesa, struggersi per l’odio, l’invidia, il rancore; struggersi per ogni passione, arrendersi a tutte le emozioni; e per riavermi devo stare li ferma, devo sorridermi, devo truccarmi, devo implorare lo specchio che si fermi, che non ondeggi di qua e di là, devo aspettare che mi ridia me stessa.

Una lunga processione di donne, sfilerà li dentro per ogni mio sguardo. Fino a quando vi incontrerò le antiche donne che pullulavano la mia infanzia.

E potrò raccontarmi le storie di una volta, ed infine, fra le mie braccia ninnerò quella vecchina, e lei mi accarezzerà dolcemente, fino a sparire dentro il nostro lungo, stretto, terribile abbraccio

SAGGEZZA

CONFERME

El sueno de la razon produce monstros

CORNOVAGLIA

CORNOVAGLIA

STELLE D'ORO

S'è CAPITO CHE ADORO I MICI???????????????????


era una notte buia e tempestosa

OSCAR WILDE

Sogna come se dovesi vivere sempre, vivi come se dovessi morire oggi.
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Quando si è giovani si pensa che i soldi siano tutto, quando si è vecchi... si scopre che è così!
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La vita non è altro che un brutto quarto d'ora, composto da momenti squisiti
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É sempre con le migliori intenzioni che si sono prodotte le opere peggiori
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La vita è una cosa troppo seria perché si possa parlarne sul serio
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L'unico modo per liberarsi da una tentazione è cedervi

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ULISSE


Fatti non foste a viver come bruti
ma per seguir virtute e canoscenza"






e volta nostra poppa nel mattino
de’remi facemmo ali al folle volo,